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Iosif Vissarionovic Dzugasvili
Stalin

L’opportunismo, alleato permanente della borghesia


tratto da “L'eurocomunismo è anticomunismo” di Enver Hoxha capitolo I “LA NUOVA STRATEGIA IMPERIALISTA E LA NASCITA DEL REVISIONISMO MODERNO “ pag 14-19


La nascita del revisionismo moderno, come anche del revisionismo vecchio, è un fenomeno sociale condizionato da vari e numerosi motivi storici, economici, politici ecc. Preso nell’insieme, esso è il risultato della pressione esercitata dalla borghesia sulla classe operaia e sulla sua lotta. Sin dall’inizio e fino ad oggi, l’opportunismo e il revisionismo sono stati strettamente legati alla lotta della borghesia e dell’imperialismo contro il marxismo-leninismo, sono stati parte integrante della grande strategia capitalista volta e sabotare la rivoluzione e a perpetuare l’ordine borghese. Nella misura in cui progrediva la causa della rivo­luzione e il marxismo-leninismo si diffondeva fra le vaste masse popolari, l’imperialismo si è sempre più servito del revisionismo come sua arma preferita da contrapporre alla vittoriosa ideolo­ gia del proletariato e per sabotarla.

All’inizio del XX secolo, quando stavano maturando sempre più le condizioni politiche ed economiche per la rivoluzione e la presa del potere da parte del proletariato, la borghesia ha vigoro­samente sostenuto la corrente opportunista della II Internazionale e se ne è largamente servita nelle sue manovre tese a preparare e a scatenare la Prima Guerra mondiale.

Dopo la storica vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, quando il socialismo, da teoria e movimento rivoluzionario che era, si è trasformato in un sistema socio-economico che ha trionfato in un sesto del globo, il capitalismo fu costretto a cambiare strategia e tattica. Esso accentuò mag­giormente la violenza e il terrore nel paese, fece ricorso ai mezzi più feroci per consolidare il pro­prio potere, portando al potere anche il fascismo. In primo luogo, esso intensificò la sua demagogia e la sua propaganda tesa a denigrare e deformare il marxismo-leninismo, inventando nuove «teorie» pseudomarxiste, calunniando l’Unione Sovietica e preparando la guerra contro di essa. L’imperiali­smo, scriveva Lenin in quel tempo,

«...ha sentito che il bolscevismo è divenuto una forza mondiale, ed è proprio per questo motivo che si sforza di soffocarci il più rapidamente possibile, cercando dapprima di regolare i conti con i bolscevichi russi e poi con i suoi»1.

Nel 1918 gli imperialisti inglesi, americani, francesi e giapponesi intrapresero il loro interven­to militare in Russia. La guerra contro il primo Stato degli operai e dei contadini portò al rag­gruppamento in un solo campo di tutte le forze reazionarie. Anche gli opportunisti e i rinnegati del marxismo si scagliarono con zelo contro la Rivoluzione d’Ottobre e il potere proletario. Kautsky in Germania, Otto Bauer e Karl Renner in Austria, Léon Blum e Paul-Boncour in Francia si levarono con rabbia contro la Rivoluzione d’Ottobre, contro la strategia e la tattica leninista della rivoluzione. Essi considerarono la Rivoluzione d’Ottobre come illegale, una deviazione dalla via dello sviluppo storico, una deviazione dalla teoria marxista. Essi predicavano la rivoluzione pacifica, non violenta e incruenta, la presa del potere attraverso la maggioranza al parlamento; erano contrari alla trasformazione del proletariato in classe dominante; essi portavano alle stelle la democrazia borghese e attaccavano la dittatura del proletariato.

Dopo il fallimento dell’intervento armato contro la Russia Sovietica e quando la socialdemocrazia non fu capace di ostacolare la creazione dei nuovi partiti comunisti e di frenare il grande slancio rivoluzionario delle masse lavoratrici d’Europa, la borghesia pose tutte le sue speranze nella rottura del fronte del comunismo

«...dall’interno, cercando i propri eroi fra i capifila del PCR (b)2».

I trotzkisti tirarono di nuovo in ballo la «teoria della rivoluzione permanente», secondo la quale il socialismo in Unione Sovietica non può essere costruito senza la vittoria della rivoluzione negli altri paesi. Essi si fusero in un unico fronte con la borghesia nella lotta contro il socialismo. Stalin aveva ragione di sottolineare che era stato creato un unico fronte ostile, che andava da Chamberlain fino a Trotzki. Anche la destra, i bukhariniani, si scagliarono contro il socialismo. Essi erano per l’estinzione della lotta di classe, predicavano la possibilità di integrazione del capitalismo nel socialismo.

La strategia dell’imperialismo assunse un marcato carattere controrivoluzionario e anticomunista soprattutto dopo la Seconda Guerra mon­diale, in seguito al cambiamento del rapporto di forza a favore del socialismo e della rivoluzione, che ha scosso dalle fondamenta tutto il sistema capitalista. Questi mutamenti misero all’ordine del giorno la questione della rivoluzione e del trionfo del socialismo non più in un solo o in due paesi, ma in zone e continenti interi. Questa volta l’imperialismo, con alla testa l’imperialismo ame­ricano, pose tutte le sue speranze nella totale mili­tarizzazione della sua vita, nei blocchi e patti mili­tari, al fine di preparare un intervento violento e una guerra aperta contro il socialismo, contro i mo­vimenti rivoluzionari e di liberazione dei popoli. Ma esso pose grandi speranze anche nella sue ca­pacità di far risorgere e rendere più attive tutte le forze opportuniste al fine di sabotare e di far degenerare dall’interno i paesi socialisti e i partiti comunisti.


1 V. I. Lenin. Opere, vol. 28, p. 239 dell’edizione albanese.
2 G. V. Stalin. Opere, vol. 6, p. 278 dell’edizione albanese.




INNO SOVIETICO 1939




La Grande Russia ha saldato per sempre
Un'unione indivisibile di repubbliche libere!

Viva l'unica e potente Unione Sovietica

Fondata dalla volontà dei popoli!

Ritornello
Sia celebre la nostra Patria libera,
Sicuro baluardo dell'amicizia fra i popoli!
La bandiera sovietica, la bandiera del popolo
Ci guidi di vittoria in vittoria!

Attraverso la tempesta ci illuminò il sole della libertà

E il grande Lenin ci rischiarò la via:

Stalin ci educò alla dedizione verso il popolo,

Ci ispirò al lavoro e ad eroiche imprese!

Ritornello
Sia celebre la nostra Patria libera,
Sicuro baluardo della felicità dei popoli!
La bandiera sovietica, la bandiera del popolo
Ci guidi di vittoria in vittoria!

Abbiamo cresciuto il nostro esercito nelle battaglie.

I vili invasori spazzeremo via dal cammino!

Negli scontri decidiamo il destino di generazioni,

Verso la gloria porteremo la nostra Patria!

Ritornello
Sia celebre la nostra Patria libera,
Sicuro baluardo della gloria dei popoli!
La bandiera sovietica, la bandiera del popolo
Ci guidi di vittoria in vittoria!


Enver Hoxha : L'eurocomunismo è anticomunismo


Prefazione di Enver Hoxha al libro L'eurocomunismo è anticomunismo.


Al 9° Congresso del Partito Comunista Spagnolo, tenutosi nell’aprile del 1978, i revisionisti di Carrillo hanno dichiarato che il loro partito non è più marxista-leninista, ma un «partito marxista- democratico e rivoluzionario». «Considerare il leninismo come il marxismo del nostro tempo, ha dichiarato Carrillo, non è ammissibile».
I dirigenti revisionisti francesi, nel corso del loro 23° congresso che si è tenuto nel maggio del 1979, hanno proposto di sopprimere dai documenti del Partito ogni riferimento al marxismo-leninismo e di impiegare in sua vece l’espressione «socialismo scientifico».
Anche i revisionisti italiani al 15° Congresso del loro partito, tenutosi nell’aprile del 1979, hanno cancellato dallo Statuto del partito la norma che imponeva ai suoi aderenti di assimilare il marxismo-leninismo e di applicarne gli insegna- menti. «La formula «marxismo-leninismo» non esprime tutto il patrimonio della nostra eredità teorica e ideale», hanno detto i togliattiani. Ora chiunque può aderire al partito revisionista italiano, indipendentemente dall’ideologia a cui si attiene o che attua.
In questo modo i revisionisti eurocomunisti hanno sanzionato sia formalmente che pubblicamente la loro rottura definitiva con il marxismo- leninismo, il che in pratica avevano fatto da anni. Estremamente soddisfatta da questa rapida e completa trasformazione socialdemocratica di questi partiti, la propaganda borghese ha chiamato il 1979 «l’anno dell’eurocomunismo».
In questa situazione molto difficile che la borghesia europea sta attraversando a causa della grave crisi economica e politica, a causa della crescente rivolta delle masse che soffrono le con­ seguenze di questa crisi e l’oppressione e lo sfruttamento capitalista, nulla può esserle più utile che i punti di vista antimarxisti e l’attività antioperaia degli eurocomunisti. Nulla può aiutare meglio la strategia dell’imperialismo volta a reprimere la rivoluzione, a sabotare le lotte di liberazione nazionale ed a dominare il mondo che le correnti revisioniste pacifiste, capitolazioniste e collaborazioniste, compresa quella eurocomunista.
La borghesia occidentale non nasconde il suo entusiasmo che ora, oltre ai socialdemocratici e ai fascisti, anche i revisionisti eurocomunisti si sono allineati al loro fianco per attaccare, insieme, con tutte le armi, la rivoluzione, il marxismo-lenini­smo. il comunismo. I capitalisti sono molto soddi­ sfatti del fatto che stanno preparando nuovi ammi­ nistratori dei loro affari allo scopo di sostituire gradualmente i socialdemocratici, i quali, in segui­to al lungo servizio prestato negli apparati del potere borghese e alla lotta aperta da loro sostenuta contro la classe operaia e la causa del socialismo, in molti paesi hanno ingrossato le file della reazione più nera e si sono malamente compromessi agli occhi dei lavoratori. I socialdemocratici si sono ormai fusi non solo ideologicamente e politica- mente, ma anche dal punto di vista sociale, con la grande borghesia. Ora la borghesia nutre grandi speranze che i revisionisti eurocomunisti diventeranno i principali guardiani dell’ordine capitalista, i portabandiera della controrivoluzione.
Ma i grandi signori del capitale si affrettano troppo a cantare vittoria.
E’ passato più di un secolo da quando il co­munismo è diventato il terrore della borghesia capitalista e dei latifondisti, degli imperialisti e de­gli opportunisti, dei rinnegati del marxismo-le­ninismo. Da più di cento anni il marxismo-leni­nismo sta facendo da guida ai proletari nelle bat­taglie per il rovesciamento del capitalismo e per il trionfo del socialismo. La sua vittoriosa bandiera ha sventolato per un lungo periodo in molti paesi ; operai, contadini, intellettuali popolari, donne e giovani hanno goduto i frutti di quella vita libera, giusta, uguale e umana per cui si erano battuti Marx, Engels, Lenin e Stalin. Se il socialismo è stato rovesciato in Unione Sovietica e la contro- rivoluzione ha vinto in altri paesi, ciò non signi­ fica che il marxismo-leninismo sia stato sconfitto e che non sia più valido, come pretendono i borghesi e i revisionisti.
Marx ed Engels, i grandi dirigenti del prole­tariato, hanno rilevato e sottolineato che la rivoluzione non è una marcia trionfale in linea retta. Nel suo cammino a zig-zag che sale gradino per gradino, essa conseguirà vittorie, ma subirà anche disfatte. La storia dello sviluppo della società uma­ na indica che la sostituzione di un sistema sociale con un altro sistema superiore non si compie nel giro di un giorno, ma abbraccia un intero perio­do storico. Neppure le rivoluzioni borghesi, che hanno sostituito il sistema feudale di sfrutta­ mento con quello capitalista, in varie circostanze e in molti paesi non hanno potuto evitare la con­trorivoluzione. Di ciò esempio è la Francia dove la rivoluzione borghese, sebbene sia stata la rivolu­zione più profonda e più radicale del tempo, non è riuscita ad instaurare e consolidare immediata­ mente l’ordine capitalista. La borghesia e le mas­ se lavoratrici, dopo la prima vittoria del 1789, hanno dovuto far ricorso di nuovo e più di una volta alla rivoluzione per rovesciare la monarchia feudale dei Borboni ed il regime feudale in generale, nonché per instaurare definitivamente il sistema borghese.
L’epoca delle rivoluzioni proletarie è appena cominciata. L’avvento del socialismo rappresenta una necessità storica che deriva dallo sviluppo oggettivo della società. Ciò è inevitabile. Le controrivoluzioni avvenute finora, come pure gli ostacoli che sorgono, possono prolungare un po’ l’esistenza al vecchio sistema sfruttatore, ma non hanno la forza di impedire la marcia della società umana verso il suo futuro socialista.
Per difendere il sistema capitalista, l’euroco­munismo cerca di erigere davanti alla rivoluzione una barricata di pruni e spine. Ma le fiamme della rivoluzione hanno rovesciato e distrutto non solo simili barricate, ma anche le fortezze erette dalla borghesia.
I revisionisti, in modo particolare gli euroco­munisti, non sono i primi ad attaccare il marxismo-leninismo e a lanciare anatemi fra i più violenti contro di esso. Nelle prigioni la reazione borghese e gli imperialisti hanno ucciso e impiccato e anche sottoposto a inumane torture migliaia e centinaia di migliaia di comunisti e di combattenti della rivoluzione, perché avevano abbracciato le idee del marxismo-leninismo e si battevano per la libera­ zione del proletariato e dei popoli. I fascisti hanno bruciato i libri di Marx, Engels, Lenin e Stalin nelle piazze; ancora oggi vi sono parecchi paesi del mondo in cui la gente viene fucilata, quando si scopre che essa, pur di nascosto, legge questi libri e mormora con ammirazione e speranza i nomi dei loro autori. Non c’è biblioteca che possa contenere tutti i libri, le riviste, i giornali e le altre pubblicazioni che attaccano il marxismo-le­ninismo; non è possibile infatti calcolare né immaginare la intensità e l’ampiezza della propaganda anticomunista svolta dall’imperialismo.
Malgrado ciò il marxismo-leninismo non è scomparso. Esso vive e fiorisce in quanto ideologia e in quanto realtà, materializzata nel sistema so­ ciale socialista eretto secondo i suoi insegnamenti. Un esempio in tal senso è l’Albania socialista, sono i partiti marxisti-leninisti, sono i milioni e milioni di operai e contadini che si battono ogni giorno per rovesciare la borghesia, per conquistare la de­mocrazia e la liberazione nazionale. Non c’è forza, non c’è tortura, non c’è intrigo e inganno che pos­sano svellere il marxismo-leninismo dalla mente e dal cuore degli uomini.
La dottrina di Marx e di Lenin non è uno schema concepito nei gabinetti dei filosofi e de­ gli uomini politici. Essa riflette le leggi oggettive della trasformazione della società. Pur non cono­ scendo Marx e Lenin, i lavoratori combattono per salvarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento, per rovesciare padroni e tiranni, per vivere liberi e go­dere i frutti del loro lavoro. Ma conoscendo gli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, essi scoprono la via giusta per questa lotta, trovano la bussola che permette loro di orientarsi nella giungla capitalista, trovano la luce che illumina loro il sicuro futuro socialista.
I revisionisti però cercano di guastare questa bussola che orienta gli operai, vogliono offuscare questa luce per far perdere loro questa prospettiva.
Fino agli ultimi tempi, i partiti revisionisti occidentali erano uniti nella campagna anticomunista kruscioviana-imperialista contro Stalin. Essi parlavano con ardore della «liberazione dallo stalinismo», con il pretesto di un ritorno al leni­nismo che Stalin avrebbe, a loro dire, deformato. Ora predicano l’abbandono del leninismo per «far ritorno» ai fondatori del socialismo scientifico, a Marx e ad Engels.
La rapida ascesa dei gradini del tradimento nei confronti del marxismo-leninismo, questi rin­ negati cercano di presentarla come una faticosa scalata della montagna in cima alla quale trove­rebbero la sorgente della verità comunista. Ma i revisionisti, siano essi kruscioviani o eurocomu­nisti, si accaniscono nello stesso modo, con la stes­sa ferocia e perfidia, tanto contro Stalin che con­tro Lenin e Marx.
Il fatto che abbiano all’inizio concentrato tutti i loro attacchi contro Stalin, lasciando tempora­neamente da parte Lenin, era semplicemente una questione di tattica. La logica di classe indicava agli imperialisti e ai revisionisti che il momento era opportuno per distruggere dapprima il so­cialismo in Unione Sovietica, colpire all’inizio il marxismo-leninismo là dove era stato attuato nella pratica. La borghesia e la reazione erano consapevoli del fatto che la degenerazione capita­ lista dell’Unione Sovietica avrebbe notevolmente aiutato la loro lotta anche per far degenerare i partiti comunisti che non erano al potere.
Il nome e l’opera di Stalin erano legati con l’instaurazione dello Stato di dittatura del proletariato in Unione Sovietica e con l’edificazione del socialismo in questo paese. Denigrando Stalin e il sistema sociale, per il quale egli ha combattuto e lavorato tutta la vita, la reazione e tutta la fec­cia anticomunista intendevano distruggere non solo la base più grande e più potente del sociali­smo, ma anche far svanire il sogno comunista di centinaia e centinaia di milioni di uomini nel mon­do. Attaccando Stalin e la sua opera, essi volevano suscitare fra i combattenti della rivoluzione lo spirito di pessimismo, l’amaro sentimento di disin­ ganno dell’uomo che inconsapevolmente si è fat­to guidare da un ideale falso.
Tuttavia, malgrado le grandi speranze che essi avevano posto nella campagna contro Stalin, malgrado la vittoria della controrivoluzione in Unione Sovietica e in altri paesi, la rivoluzione non è stata sopraffatta, il marxismo-leninismo non è stato liquidato, il socialismo non è stato spento. Il tradimento kruscioviano fu grande, ma esso non riuscì mai a fare ammainare la gloriosa bandiera del marxismo-leninismo, di cui si sono impadroniti e tengono sempre ben alta gli auten­tici rivoluzionari, milioni di uomini, che credono nella sua vigoria inesauribile. Mentre il krusciovismo è stato smascherato come ideologia controri­voluzionaria della restaurazione capitalista e come politica di grande Stato per il dominio del mondo, il marxismo-leninismo è rimasto l’ideologia che porta al trionfo della rivoluzione ed alla liberazione dei popoli.
Ora i revisionisti si sono scagliati contro il leninismo. E’ del tutto ovvio chiedersi: per quale motivo viene attaccato il leninismo, e perché pro­prio gli eurocomunisti ne sono i portabandiera?
Così come Krusciov, che con il suo attacco contro Stalin cercava di colpire la teoria e la pratica dell’edificazione socialista, con il loro at­ tacco contro Lenin gli eurocomunisti intendono colpire la teoria e la pratica della rivoluzione pro­letaria. L’opera di Lenin è molto ampia, ma essa è strettamente legata proprio alla preparazione e alla realizzazione della rivoluzione. Perciò, così come Krusciov che non poteva distruggere il so­cialismo in Unione Sovietica, senza togliere di mezzo Stalin, anche gli eurocomunisti non pos­sono sabotare e minare fino in fondo la rivoluzio­ne senza togliere Lenin dalla mente e dal cuore dei lavoratori.
Nella sua lotta volta a rinnegare e denigrare il marxismo-leninismo, la borghesia ha sempre avuto a suo fianco, a seconda dei tempi, opportunisti di ogni stampo, rinnegati di ogni colore. Tutti quanti hanno proclamato la fine del marxismo, lo hanno considerato non adatto ai tempi moderni, mentre hanno reclamizzato le loro idee «moderne» come scienza del futuro. Ma che fine hanno fatto Proudhon, Lassalle, Bakunin, Bernstein, Kautsky, Trotzki e i loro partigiani? La storia non dice nulla di positivo sul conto loro. Le loro prediche sono servite solo a frenare, a sabotare la rivoluzione, a minare la lotta del proletariato e il socialismo. Nella lotta contro il marxismo-leninismo, essi sono stati sconfitti e sono finiti nella pattumiera della storia. E da questa pattumiera vengono riesumati ogni tanto dai nuovi opportunisti, i quali cercano di far passare per proprie le loro formule e tesi fallite e discreditate e contrapporle al marxismo-leninismo. In tal modo agiscono oggi anche gli eurocomunisti.
Nei loro sforzi di rinnegare il marxismo- leninismo, con il pretesto del suo «invecchiamento» nonché della scoperta di nuove teorie per an­ dare al socialismo tutti assieme, proletari e borghesi, preti e poliziotti, senza lotta di classe, sen­za rivoluzione, senza dittatura del proletariato, gli eurocomunisti non sono né i primi a fare simili affermazioni né spiccano per originalità.
Il nostro Partito del Lavoro ha analizzato e denunciato da tempo le teorie antimarxiste e le azioni controrivoluzionarie dei revisionisti jugo­ slavi e sovietici. Esso ha confutato anche i punti di vista e gli atteggiamenti opportunisti e borghesi dei revisionisti cinesi ; non ha mancato di criticare anche la degenerazione ideologica e organizzativa dei partiti comunisti dell’Europa occidentale. Ma in questo libro ci fermeremo in modo più partico­ lareggiato nell’esame in chiave critica delle con­cezioni e delle tesi anticomuniste della corrente revisionista, che sta recando grave danno alla cau­sa della rivoluzione e del socialismo non solo in Eu­ropa, ma anche in tutto il mondo. I padrini capita­listi hanno battezzato eurocomunismo questa corrente del revisionismo moderno, mentre per noi, marxisti-leninisti, essa è anticomunismo.




TUTTO IL POTERE AI SOVIET!


Stalin – Opere Complete vol.3 pag. 351-353


La rivoluzione è in marcia. Presa a fucilate durante le giornate di luglio e seppellita alla Conferenza di Mosca, essa risolleva la testa travolgendo i vecchi ostacoli e creando un nuovo potere. La prima linea delle trincee della controrivoluzione è espugnata. Dopo Kornilov, Kaledin batte in ritirata. Nel fuoco della lotta si rianimano i soviet, che. sembravano morti. Hanno ripreso il timone e guidano le masse rivoluzionarie.
Tutto il potere ai soviet! Questa è la parola d'ordine del nuovo movimento.
Il governo di Kerenski ingaggia la lotta contro questo nuovo movimento. Fin dai primi giorni della rivolta di Kornilov esso aveva minacciato lo scioglimento dei comitati rivoluzionari, trattando come un "abuso di autorità" la lotta contro la cricca di Kornilov. Da allora la lotta contro i comitati non ha smesso di intensificarsi, trasformandosi negli ultimi tempi in una guerra aperta.
Il soviet di Sinferopoli arresta il noto Riabuscinski, coinvolto nel complotto di Kornilov. Il governo Kerenski per tutta risposta ordina che "vengano prese misure per la liberazione di Riabuscinski e per l'incriminazione di coloro che hanno proceduto a questo arresto illegale" (Riec).
A Tashkent tutto il potere passa al soviet e le vecchie autorità vengono destituite. Il governo Kerenski per tutta risposta "prende una serie di misure, tenute per ora segrete, che faranno rinsavire i dirigenti del soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Tashkent, che hanno perso il senso della misura" (Russkie Viedomosti).
I soviet esigono un'inchiesta severa e completa sulle azioni di Kornilov e dei suoi adepti. Il governo Kerenski per tutta risposta "limita l'inchiesta a una cerchia insignificante di persone, lasciando inutilizzate alcune fonti molto importanti che darebbero la possibilità di qualificare il delitto di Kornilov come tradimento della patria e non solo come ribellione" (Novaia Gizn, rapporto di Sciubnikov).
I soviet esigono la rottura con la borghesia e in primo luogo con i cadetti. Il governo Kerenski per tutta risposta tratta con i Kisckin e con i Konovalov, invitandoli a entrare nel governo, proclamando "l'indipendenza" del governo dai soviet.
Tutto il potere alla borghesia imperialista!
Questa è la parola d'ordine del governo Kerenski.
Nessun dubbio è possibile: Siamo in presenza di due poteri: da una parte il potere di Kerenski e del suo governo, dall'altra il potere dei soviet e dei comitati.
Il momento che attraversiamo è caratterizzato dalla lotta che si svolge fra questi due poteri.
O il potere del governo Kerenski e allora si avrà l'egemonia dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, la guerra e lo sfacelo.
O il potere dei soviet e allora si avrà l'egemonia degli operai e dei contadini, la pace e la fine dello sfacelo .
La vita stessa pone la questione in questi termini e non altrimenti.
Durante ogni crisi del potere la rivoluzione ha posto questa questione. Ogni volta i signori conciliatori hanno evitato di dare una risposta diretta e, agendo così, hanno consegnato il potere nelle mani dei nemici. I conciliatori, convocando la conferenza invece del congresso dei soviet, volevano ancora una volta tirarsi indietro e cedere il potere alla borghesia. Ma hanno sbagliato i conti. È venuto il tempo in cui non è più possibile svignarsela.
La questione, posta direttamente dalla vita, esige una risposta chiara e precisa.
Con i Soviet o contro di essi!
Scelganoi signori conciliatori.

Raboci Put n.13

17 settembre 1917

editoriale




« Il carattere internazionale della Rivoluzione d'Ottobre »


Abbozzo dell'articolo : Il carattere internazionale della rivoluzione d'ottobre – Stalin Opere complete vol.10 pag. 180-183.


La Rivoluzione d'Ottobre non è soltanto una rivoluzione « nel quadro nazionale », ma è innanzitutto una rivoluzione di ordine internazionale, mondiale, perchè segna, nella storia universale del genere umano, una svolta radicale dal vecchio al nuovo.
Nel passato le rivoluzioni terminavano di solito con la sostituzione al timone dello stato di un gruppo di sfruttatori con un altro gruppo di sfruttatori. Gli sfruttatori cambiavano, lo sfruttamento restava. Così fu al tempo delle rivoluzioni degli schiavi, dei servi della gleba, delle rivoluzioni della borghesia commerciale e industriale. La Rivoluzione d'Ottobre si distingue da queste rivoluzioni in linea di principio. Essa si propone non già di sostituire una forma di sfruttamento con un'altra forma di sfruttamento, un gruppo di sfruttatori con un altro gruppo di sfruttatori, bensì di sopprimere ogni sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, di abbattere tutti i gruppi di sfruttatori.
Di instaurare la dittatura del proletariato, che è la classe più rivoluzionaria e più organizzata di tutte le classi sfruttate.
Appunto perciò la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre segna una svolta radicale nell'economia e nella politica, nella vita, nei costumi, nelle usanze e nelle tradizioni, nella cultura e in tutta la ideologia delle masse sfruttate di tutto il mondo.
E' in questa la radice della grandissima simpatia che le masse sfruttate di tutti i paesi nutrono per la Rivoluzione d'Ottobre, in cui vedono l'arra della loro liberazione.
Quattro caratteristiche fondamentali.
1) Centri dell'imperialismo(metropoli). L'Ottobre come svolta, nei paesi più progrediti, dal dominio del capitalismo al comunismo. Da noi si dice spesso che la Rivoluzione d'Ottobre ha rotto il fronte imperialistico mondiale. Ma che cosa significa? Significa che essa ha iniziato l'era delle rivoluzioni proletarie e della dittatura del proletariato.
Prima il punto di partenza era la Rivoluzione francese del XVIII secolo; se ne sfruttavano le tradizioni e se ne diffondevano gli ordinamenti.
Oggi il punto di partenza è la Rivoluzione d'Ottobre.
Prima la Francia.
Ora l'URSS.
Prima lo spauracchio di tutta la borghesia era il «giacobino».
Ora lo spauracchio della borghesia è il bolscevico.
L'era dei «semplici» rivoluzionari borghesi, in cui il proletariato era solo la forza d'urto e gli sfruttatori godevano i frutti della rivoluzione, è passata.
E' sopravvenuta l'era delle rivoluzioni proletarie nei paesi capitalistici.
2) Periferia dell'imperialismo. L'ottobre ha aperto l'era delle rivoluzioni liberatrici nelle colonie e nei paesi dipendenti.
Il proletariato non può liberare se stesso senza liberare i popoli oppressi dall'imperialismo. Fronte unico delle rivoluzioni proletarie nelle metropoli e delle rivoluzioni coloniali nei paesi dipendenti.
L'era del tranquillo sfruttamento delle colonie e dei paesi dipendenti è passata. E' incominciata l'era delle rivoluzioni liberatrici nelle colonie, l'era del risveglio del proletariato di questi paesi, l'era della sua egemonia.
3) Centri e periferia assieme. L'Ottobre ha quindi inferto all'imperialismo mondiale un colpo mortale dal quale non si riprenderà mai. L'imperialismo non ritroverà più l' «equilibrio» e la «stabilità» che aveva prima dell'Ottobre. L'era della «stabilità» del capitalismo è tramontata.
E' incominciata l'era della decadenza del capitalismo.
4) L'Ottobre segna la vittoria ideologica del comunismo sul socialdemocratismo, del marxismo sul riformismo.
Nel passato, prima della vittoria della dittatura del proletariato nell'URSS, i socialdemocratici e i riformisti potevano pavoneggiarsi, dreappeggiati nella bandiera del marxismo, civettare con Marx ed Engels ecc.,poichè ciò non era pericoloso per la borghesia e non si sapeva ancora a che cosa poteva portare la vittoria del marxismo.
Oggi, dopo la vittoria della dittatura del proletariato nell'URSS, quando tutti hanno capito dove porta il marxismo e che cosa può significare la sua vittoria, i socialdemocratici e i riformisti, resisi conto del pericolo che rappresenta per la borghesia questo pavoneggiarsi e civettare con il marxismo, hanno preferito staccarsi dal marxismo.
Ormai il comunismo è diventato l'unico asilo e baluardo del marxismo.
Ormai lo spirito del marxismo abbandona la socialdemocrazia, poiché la socialdemocrazia ancor prima ha abbandonato il marxismo.
Dal tempo della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre marxisti possono essere soltanto coloro che appoggiano risolutamente e incondizionatamente la prima dittatura proletaria del mondo. Che cosa significa appoggiare la prima dittatura proletaria del mondo?
Significa assumere una posizione di lotta aperta contro la propria borghesia. I socialdemocratici, però, poiché non vogliono combattere la propria borghesia e preferiscono adattarsi ad essa, assumeranno naturalmente una posizione di lotta contro la prima dittatura proletaria del mondo, saranno favorevoli alla restaurazione nell'URSS del capitalismo. E questo è il tramonto della socialdemocrazia.
L'Ottobre ha aperto l'era del trionfo del comunismo mondiale, che è l'era del tramonto della socialdemocrazia, del suo aperto passaggio nel campo della borghesia.
L'Ottobre è la vittoria del marxismo nell'ideologia.

Ottobre 1927




Le basi sociali del trotskismo


Capitolo 2 del libro : Trotskismo: controrivoluzione mascherata di Moissaye J. Olgin(1878-1939) originariamente pubblicata a NewYork nel 1935 dalla Workers Library Publisher, è stata recentemente tradotta in italiano da Scintilla Rossa ed è reperibile su internet all'indirizzo http://scintillarossa.forumcommunity.net/? t=57121030. L'autore, rivoluzionario russo attivo nei primi anni del novecento, emigrò negli Stati Uniti nel 1915 e divenne figura di spicco del movimento comunista nordamericano, tra l'altro come corrispondente della Pravda.
Redazione Aurora Proletaria


Abbiamo fornito alcuni dettagli sulla storia della vita politica di Trockij, ma il trotskismo non è questione di un uomo solo. Non è la peculiarità di un individuo. Il trotskismo è un fenomeno sociale. Il fatto che a Trockij sia capitato di far parte della Rivoluzione aggiunge un certo prestigio ai suoi discorsi agli occhi degli sprovveduti. In questo come in molti altri casi, l’elemento personale non può essere ignorato. Ma anche se Trockij non fosse mai esistito, il marchio dell’opposizione alla Rivoluzione che rappresenta avrebbe trovato una sua espressione. Il trotskismo rinasce a ogni fase del movimento rivoluzionario perché è l’espressione di una certa classe, la piccola borghesia.

Una volta Karl Marx disse che questa classe è “una classe di transizione nella quale gli interessi di due classi si elidono simultaneamente”. La piccola borghesia si trova a metà tra il proletariato e l’alta borghesia. Lotta per raggiungere la posizione dell’alta borghesia ma quest’ultima, usando il potere del capitale concentrato e centralizzato, la rigetta continuamente nella posizione del proletariato. Soggettivamente la piccola borghesia desidera arricchirsi e raggiungere la vetta del potere economico capitalista, ma oggettivamente i suoi interessi stanno nella lotta contro il capitalismo perché esso le toglie il terreno sotto i piedi e perché soltanto in un sistema socialista il piccolo borghese di oggi diventerà un membro libero della società, non timoroso del futuro, dato che sotto il socialismo diverrà un individuo impegnato in un lavoro produttivo utile. La classe della piccola borghesia, perciò, è ondivaga. Gli interessi di due classi, disse Marx, si “elidono simultaneamente” in essa. Ciò significa che la piccola borghesia non può essere completamente controrivoluzionaria come la grande borghesia, ma non può essere neppure completamente a favore della rivoluzione come il proletariato. La piccola borghesia è spaventata dalla grande borghesia ma ha paura anche della rivoluzione. Alcune parti di essa sono attratte dalla rivoluzione che rappresenta i loro interessi futuri, ma si ritirano davanti alla linea netta dell’opposizione rivoluzionaria. Fondamentalmente vorrebbero la pacificazione tra le classi, perché nulla è più caro al cuore della piccola borghesia della pace sociale. Comunque, sentono che la pace sociale significa anche la loro maledizione. Perciò, quando il proletariato sviluppa un forte movimento rivoluzionario, molti elementi piccolo-borghesi sono attratti irresistibilmente verso il campo rivoluzionario, soltanto per denunciarne gli “estremi” e nascondersi dietro la maschera dell’“estrema sinistra”. Si trovano male con il sistema capitalista esistente, ma anche con la rivoluzione e i suoi leader. Non essendo veramente rivoluzionari, essendo capaci soltanto di farsi guidare dalla rivoluzione, sviluppano spesso un’immensa vanità. Pensano a se stessi come i “soli” e “autentici” rivoluzionari, e denunciano i veri rivoluzionari come “dogmatici” e “limitati”.

L’approccio di Trockij alla Rivoluzione è quello della piccola borghesia.

Il fatto che non sia né un bottegaio né un modesto artigiano non deve ingannare chi non conosce l’interpretazione marxista dei movimenti sociali. Non bisogna supporre, dice Marx, che coloro che rappresentano la piccola borghesia siano tutti “bottegai o campioni entusiasti della classe dei piccoli bottegai”.

Possono essere lontani dai bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi dei rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l’interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresentano. (Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Qual è stata l’influenza della piccola borghesia nella Rivoluzione russa?

Già nel 1908 Lenin, parlando del revisionismo del marxismo, spiegava così i suoi pericoli:
In ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. [...] È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo-borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà così sempre, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione “completa” della maggioranza della popolazione. Ciò che noi sperimentiamo ora spesso soltanto nel campo ideologico: le discussioni contro le concezioni teoriche di Marx; ciò che ora non si manifesta nella pratica che a proposito di certi problemi particolari del movimento operaio: le divergenze tattiche coi revisionisti e le scissioni che si producono su questo terreno, tutto ciò la classe operaia dovrà inevitabilmente subirlo ancora in proporzioni incomparabilmente più grandi quando la rivoluzione proletaria avrà acutizzato tutti i problemi controversi, avrà concentrato tutte le divergenze sui punti che hanno l’importanza più diretta per determinare la condotta delle masse e ci avrà imposto, nel fuoco del combattimento, di discernere i nemici dagli amici e di respingere i cattivi alleati per infliggere al nemico colpi decisivi. (Lenin, “Marxismo e revisionismo”, Opere complete, vol. XV, p. 34)

Con la chiarezza di un genio, Lenin ha previsto la lotta della rivoluzione proletaria con i suoi “cattivi alleati” piccolo-borghesi.

Qual è il ruolo di questi cattivi alleati? Vent’anni dopo Stalin lo ha spiegato così:
siccome il proletariato non vive nel vuoto, ma nel più effettivo e reale dei mondi, con tutte le sue particolarità, gli elementi borghesi, sorti sulla base della piccola produzione, “circondano il proletariato, da ogni parte, d'un ambiente piccolo-borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell'individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento che sono proprie della piccola borghesia”. (Lenin, “Estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere complete, vol. XXXI, p. 34) e così portano nel proletariato e nel suo partito certi ondeggiamenti, certe esitazioni.

Ecco qual'è la radice, la base di ogni sorta di esitazioni e di deviazioni dalla linea leninista nelle file del nostro partito. (Stalin, Del pericolo di destra nel Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS)

Più precisamente, Stalin spiega in Principi del Leninismo:

Tutti questi gruppi piccolo-borghesi penetrano in un modo o nell’ altro nel partito, portandovi lo spirito dell’ esitazione e dell’opportunismo, lo spirito della disgregazione e dell’incertezza. Essi sono pure la fonte principale del frazionismo e della disgregazione, la fonte della disorganizzazione e della demolizione del partito dall’interno. Fare la guerra all’imperialismo avendo alle spalle simili «alleati», significa trovarsi nella posizione di gente che è presa a fucilate da due parti: di fronte e alle spalle. Perciò la lotta spietata contro questi elementi, la loro espulsione dal partito, è condizione pregiudiziale del successo della lotta contro l’imperialismo. (Stalin, “Principi del leninismo”, Opere complete, vol. VI, p. 225)

La definizione del trotskismo come rappresentante dell’influenza della piccola borghesia sul proletariato e su alcuni membri del Partito Comunista venne espressa ripetutamente nelle risoluzioni dei Congressi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Il Tredicesimo Congresso (1924) dichiarò:

Con la presente “opposizione” siamo di fronte non solo a un tentativo di revisionismo del bolscevismo, non solo a un allontanamento dal leninismo, ma anche a una deviazione piccolo- borghese espressa con chiarezza. Non c’è il minimo dubbio sul fatto che questa “opposizione” riflette oggettivamente la pressione della piccola borghesia sulle posizioni del Partito del proletariato e sulla sua politica.

Al Quindicesimo Congresso (1927) il Partito Comunista definì così l’opposizione di Trockij, Zinov’ev e Kamenev:

La negazione della possibilità di un’edificazione vittoriosa del socialismo in Unione Sovietica e la conseguente negazione del carattere socialista della nostra Rivoluzione, la negazione del carattere socialista dell’industria di Stato, la negazione dello sviluppo socialista nei villaggi sotto la condizione della dittatura del proletariato e della politica di unione del proletariato con le masse contadine sulla base dell’edificazione socialista, e infine la sostanziale negazione della dittatura del proletariato in Unione Sovietica (“Termidoro”) e la conseguente tendenza alla capitolazione e allo sconfittismo: tutti questi orientamenti ideologici hanno trasformato l’opposizione di Trockij in uno strumento della democrazia piccolo-borghese all’ interno dell’Unione Sovietica e in una truppa ausiliaria della socialdemocrazia internazionale al di fuori delle sue frontiere.

Come individuo, Trockij è soltanto il rappresentante di una certa classe sociale. È un intellettuale piccolo-borghese. Ha iniziato opponendosi alla Rivoluzione e al Partito Comunista, e ha finito col guidare la controrivoluzione. Fedele alla sua natura, è entrato nel movimento rivoluzionario della classe lavoratrice, ma non ha mai creduto alla capacità delle forze rivoluzionarie di portare la Rivoluzione a una conclusione vittoriosa e ha sempre detestato l’essenza stessa del Partito proletario. Detesta le tediose attività quotidiane della costruzione e del perfezionamento dell’organizzazione dei lavoratori. Detesta la disciplina quando è applicata a lui, ma la ama quando è applicata agli altri. Quando era Commissario di Guerra era spietato verso i suoi subordinati. Quando sconfitto mille a uno nel Partito Bolscevico, rifiutò di sottomettersi.

Nel periodo più rivoluzionario della sua vita fu sempre pieno di incertezze. Ogni volta che la Rivoluzione si trovava di fronte a una difficoltà, cadeva nel panico. Quando erano necessarie pazienza e resistenza, chiedeva azioni spettacolari. Quando la ritirata temporanea era l’ordine del giorno, sosteneva spavalderie senza senso che avrebbero distrutto la Rivoluzione. Quando la Rivoluzione raccoglieva le forze per una nuova avanzata, ne lamentava il “collasso”. Quando si arrivava a una nuova vittoria, la dipingeva come una sconfitta.

In questo, come nella sua refrattarietà ad ammettere gli errori, ad applicare a se stesso l’autocritica, rappresentava soltanto la sua classe.

Quello che caratterizzava la sua opposizione, quando era ancora soltanto un semplice oppositore, era la mancata comprensione delle forze che muovevano la Rivoluzione e un approccio aridamente razionale alla soluzione dei problemi, un approccio che non aveva alcun rapporto con le realtà della vita. Quello che lo caratterizza adesso, ora che guida l’avanguardia dei controrivoluzionari, è la deliberata invenzione di modi e mezzi per danneggiare la Rivoluzione, l’Unione Sovietica, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il movimento comunista di tutto il mondo. Questo è diventato il suo unico scopo, l’unica ragione della sua esistenza.

Una volta aveva un sogno. Credeva di essere in grado di prendere il posto di Lenin nel Partito Bolscevico. Il Partito di Lenin non poteva essere guidato da un uomo che non era mai stato un bolscevico e aveva sempre combattuto Lenin. Ma egli non riuscì a capire questa ovvia verità. Siccome era arrivato a credere di essere la forza propulsiva della Rivoluzione, non riteneva possibile accettare un posto minore. Siccome era un intellettuale piccolo-borghese, non riusciva a mettere gli interessi del Partito al di sopra dell’ambizione personale. Perciò dovette recitare la parte del grande intransigente. Da quella posizione è scivolato nell’orrenda fogna in cui si trova oggi.

La storia dei suoi ultimi dieci anni è la storia di una caduta continua. Da membro del Politburo a oppositore interno al Partito, a intralcio espulso dal Partito, a nemico espulso dall’Unione Sovietica, a fornitore alla borghesia mondiale di menzogne sull’Unione Sovietica, a organizzatore delle forze di sabotaggio contro il Partito Comunista e l’Internazionale Comunista, a ispiratore dei complotti per assassinare i dirigenti rivoluzionari, puntando dritto al cuore della Rivoluzione.

In verità, nessun uomo è mai caduto così in basso.

Una volta aveva un sogno. Ne ha uno anche adesso. Vedere l’Unione Sovietica sabotata, il Partito Comunista distrutto, i dirigenti bolscevichi assassinati, il movimento comunista mondiale schiacciato, l’Internazionale Comunista spazzata via, come lo farebbe felice tutto questo! Come si compiace di questa visione! Ovviamente non lo dice così chiaramente. Non può scoprirsi di fronte al mondo. Il suo sporco lavoro è reclutare per la controrivoluzione attraverso una fraseologia radicale. È un maestro nella contraffazione delle parole. Ma tutte le sue azioni sono volte a realizzare il suo sogno.

In questo è identico a Matthew Woll e Randolph Hearst, Abramovich e Hamilton Fish. Stesso stampo.




Stalin : Evviva il 1° Maggio!


Da Stalin : Opere Complete , vol. 2 pag 238 - 243 - Aprile 1912
Redazione Aurora Proletaria


Compagni!
Fin dal secolo scorso gli operai di tutti i paesi decisero di festeggiare ogni anno questo giorno, il giorno del Primo Maggio. Questo avvenne nel 1889, anno in cui, al congresso dei socialisti di tutti i paesi, tenutosi a Parigi, gli operai decisero che proprio oggi, nel giorno del Primo Maggio, quando la natura si sveglia dal sonno invernale, i boschi e le montagne si rivestono di verde, i campi e i prati si ornano di fiori, i raggi del sole diventano più tiepidi, vibra nell'aria la gioia della rinascita e la natura si abbandona alla danza e al giubilo - essi decisero che proprio oggi si dichiarasse al mondo intero, ad alta voce e apertamente, che gli operai portano all'umanità la primavera e la liberazione dalle catene del capitalismo, che gli operai sono chiamati a rinnovare il mondo in nome della libertà e del socialismo.
Ogni classe ha le sue feste preferite. I nobili istituirono le loro feste, in cui proclamavano il loro "diritto'' di spogliare i contadini. I borghesi hanno le loro, in cui "giustificano'' il "diritto'' di sfruttare gli operai. Anche i preti hanno le loro feste, ed esaltano in esse gli ordinamenti estenti, per cui i lavoratori muoiono nella miseria e i fannulloni sguazzano nel lusso.
Anche gli operai devono avere la loro festa e in essa devono proclamare: lavoro per tutti, libertà per tutti, eguaglianza per tutti gli uomini. Questa è la festa del Primo Maggio.
Così decisero gli operai fin dal 1889.
Da allora il grido di lotta del socialismo operaio echeggia sempre più forte nei comizi e nelle dimostrazioni del Primo Maggio. Sempre più l'oceano del movimento operaio allarga le sue sponde, abbracciando nuovi paesi e stati, dall'Europa e dall'America all'Asia, all'Africa e all'Australia. L'associazione internazionale degli operai, un tempo debole, si è trasformata nel giro di pochi decenni in una grandiosa unione fraterna internazionale, che tiene regolarmente i suoi congressi e riunisce milioni di operai di tutte le parti del mondo. Il mare della collera proletaria si solleva in alte onde e sempre più minaccioso avanza sulle cittadelle vacillanti del capitalismo. Il recente grande sciopero dei minatori delle miniere di carbone in Inghilterra, Germania, Belgio, America, ecc., sciopero che ha fatto paura agli sfruttatori e ai re di tutto il mondo, è un chiaro indizio che la rivoluzione socialista non è lontana... "Noi non adoriamo il vitello d'oro''! Non abbiamo bisogno del regno dei borghesi e degli oppressori! Maledizione e morte al capitalismo, con i suoi orrori: la miseria e i massacri! Evviva il regno del lavoro, evviva il socialismo! Ecco che cosa proclamano oggi gli operai coscienti di tutti i paesi.
E sicuri della loro vittoria, calmi e forti, essi marciano fieri sulla via della terra promessa, del radioso socialismo e, passo a passo, realizzano il grande appello di Karl Marx: "Operai di tutti i paesi, unitevi!''.
Così festeggiano il Primo Maggio gli operai dei paesi liberi.
Gli operai russi, da quando hanno incominciato ad avere coscienza delle loro condizioni, non volendo rimanere indietro rispetto ai loro compagni, si sono sempre uniti al coro dei compagni stranieri, festeggiando con loro il Primo Maggio, ad ogni costo, nonostante le feroci repressioni del governo zarista. è vero che negli ultimi due-tre anni, nel periodo del baccanale controrivoluzionario, della disorganizzazione del partito, della depressione industriale e della mortale indifferenza politica fra le larghe masse, gli operai russi sono stati messi nell'impossibilità di festeggiare come prima la loro radiosa festa operaia. Ma la ripresa che negli ultimi tempi è incominciata nel paese, gli scioperi economici e le proteste politiche degli operai, perché almeno si riesamini la questione dei deputati socialdemocratici alla II Duma, il malcontento sorto fra larghi strati di contadini per la carestia che si è estesa a più di venti governatorati, le proteste di centinaia di migliaia di commessi di negozio contro il regime "rinnovato'' dei bisonti russi: tutto questo è una prova che la mortifera sonnolenza sta per sparire, lasciando il posto a una ripresa politica nel paese e innanzitutto fra il proletariato. Ecco perché gli operai possono e devono quest'anno tendere la mano ai loro compagni stranieri. Ecco perché essi devono, in questa o quella forma, festeggiare con loro il Primo Maggio.
Essi devono dire oggi insieme ai compagni dei paesi liberi, che non adorano e non adoreranno il vitello d'oro.
E devono inoltre aggiungere alle rivendicazioni generali degli operai di tutti i paesi la loro rivendicazione, la rivendicazione russa dell'abbattimento dello zarismo, dell'instaurazione della repubblica democratica.
"Le corone esecriam dei tiranni! - Le catene onoriam degli oppressi!''.
Abbasso lo zarismo grondante di sangue! Abbasso la proprietà terriera dei nobili! Abbasso la tirannide dei padroni nelle fabbriche, nelle officine, nelle miniere! La terra ai contadini! La giornata di otto ore agli operai! La repubblica democratica a tutti i cittadini della Russia!
Ecco che cosa devono inoltre proclamare oggi gli operai russi.
Mentono i liberali russi e strisciano ai piedi di Nicola l'Ultimo, affermando a se stessi e agli altri che lo zarismo si è rafforzato in Russia ed è capace di soddisfare i bisogni fondamentali del popolo.
Mentono i liberali russi e si comportano da farisei, cantando in tutti i toni che la rivoluzione è morta e che viviamo in un regime "rinnovato''. Guardatevi intorno: forse che la Russia martirizzata somiglia a un paese "rinnovato'', "ben organizzato''?
Invece di una costituzione democratica, il regime delle forche e del feroce arbitrio!
Invece del parlamento popolare, la Duma nera della nera nobiltà terriera!
Invece delle "basi intangibili della libertà civile'', invece della libertà di parola, di riunione, di stampa, di associazione e di sciopero, promesse già nel manifesto del 17 ottobre, la cappa di piombo dell'"arbitrio'' e delle "repressioni'', la soppressione dei giornali, la deportazione dei redattori, la distruzione dei sindacati, lo scioglimento delle riunioni!
Invece dell'inviolabilità della persona, percosse nelle carceri, insulti ai cittadini, repressione sanguinosa contro gli scioperanti delle miniere d'oro della Lena!
Invece del soddisfacimento dei bisogni dei contadini, una politica di ulteriore spoliazione delle masse contadine!
Invece di un'amministrazione statale ben regolata, furti nelle intendenze, furti nelle direzioni delle ferrovie, furti nell'amministrazione forestale, furti nel dipartimento marittimo!
Invece dell'ordine e della disciplina nel meccanismo governativo, falsi nei tribunali, ricatti e concussioni nella polizia investigativa, uccisioni e provocazioni nelle sezioni dell'Okhrana!
Invece della grandezza dello stato russo nel campo internazionale, vergognoso fallimento della "politica'' russa negli affari del Medio e dell'Estremo Oriente, carneficina e devastazione ai danni della Persia insanguinata!
Invece della tranquillità e prosperità dei cittadini, i suicidi nelle città e la carestia terribile che s'è abbattuta su 30 milioni di contadini nelle campagne! Invece del risanamento e della purificazione dei costumi, depravazione inaudita nei monasteri, in queste cittadelle della morale borghese! E a coronamento di questo quadro, la feroce sparatoria contro centinaia di lavoratori nelle miniere della Lena!...
I distruttori delle libertà conquistate, gli esaltatori delle forche e delle sparatorie, gli autori degli "arbìtri'' e delle "repressioni'', gli intendenti ladri, gli ingegneri ladri, i poliziotti predoni, gli sbirri assassini, i Rasputin depravati: eccoli i "rinnovatori'' della Russia!
E vi sono ancora al mondo individui che osano affermare che in Russia tutto va bene, che la rivoluzione è morta!
No, compagni, là dove milioni di contadini sono affamati e si spara sugli operai perché scioperano, là vivrà la rivoluzione, finché lo zarismo russo, questa vergogna dell'umanità, non sarà cancellato dalla faccia della terra. E noi dobbiamo dire oggi, nel giorno del Primo Maggio, in una forma o nell'altra, nei comizi, nelle feste collettive o nelle riunioni illegali - secondo l'opportunità - che giuriamo di lottare per l'abbattimento completo della monarchia zarista, che salutiamo l'imminente rivoluzione russa, liberatrice della Russia!
Tendiamo dunque la mano ai nostri compagni stranieri e proclamiamo insieme a loro:
Abbasso il capitalismo!
Evviva il socialismo!
Innalziamo la bandiera della rivoluzione russa e scriviamo su di essa:
Abbasso la monarchia zarista!
Evviva la repubblica democratica!
Compagni, noi festeggiamo oggi il Primo Maggio! Evviva il Primo Maggio!
Evviva la socialdemocrazia internazionale!
Evviva il Partito operaio socialdemocratico della Russia!




La carriera di Trockij


Capitolo 1 del libro : Trotskismo: controrivoluzione mascherata di Moissaye J. Olgin(1878-1939) originariamente pubblicata a NewYork nel 1935 dalla Workers Library Publisher, è stata recentemente tradotta in italiano da Scintilla Rossa ed è reperibile su internet all'indirizzo http://scintillarossa.forumcommunity.net/? t=57121030. L'autore, rivoluzionario russo attivo nei primi anni del novecento, emigrò negli Stati Uniti nel 1915 e divenne figura di spicco del movimento comunista nordamericano, tra l'altro come corrispondente della Pravda.
Redazione Aurora Proletaria


Trockij si definisce “un vero bolscevico leninista”. Fecero così anche i boia socialdemocratici della rivoluzione tedesca, Noske, Scheidemann e Severing, che si definirono “veri marxisti”. Trockij ama atteggiarsi a ultima delle grandi figure rivoluzionarie che hanno continuato la tradizione di Lenin. Ci sono persone, soprattutto tra le giovani generazioni, che pensano a lui come a un “vecchio bolscevico”. Non era il capo della Rivoluzione nel 1917? Non era alla guida dell’Armata Rossa tra il 1918 e il 1921?

Questi sono i fatti:

Trockij iniziò la sua carriera politica all’inizio del secolo. Nel 1903, quando la grande divisione tra menscevichi e bolscevichi prese la sua forma definitiva, Trockij si alleò con i menscevichi. In un modo o nell’altro combatté il bolscevismo fino alla tarda estate del 1917. Occasionalmente era d’accordo con questo o quel punto del programma bolscevico, ma subito si univa ai menscevichi per combattere i bolscevichi e Lenin. Rinnovò la sua aperta ostilità al bolscevismo nel 1923, e da allora lo combatté sempre.

Come divenne una figura rivoluzionaria? Non fu mai attivo tra i lavoratori come costruttore delle loro organizzazioni. Non riuscì mai a radunare attorno a sé un numero considerevole di lavoratori. Rimase sempre e soltanto uno scrittore e un oratore che godeva di grande popolarità fra gli intellettuali piccolo-borghesi. Quando il movimento dei lavoratori rivoluzionari russi era giovane, un uomo con una penna tagliente e un talento per l’oratoria come Trockij poteva farsi notare facilmente. Grazie a queste qualità divenne un membro del primo Soviet dei lavoratori organizzato durante la Rivoluzione del 1905. A quel tempo il Soviet era, secondo Lenin, “un’unione di lotta tra socialisti e democratici rivoluzionari, privo di una forma definita”. Il primo presidente del Soviet, Chrustalev-Nosar, non era neppure un socialista. Dopo il suo arresto, Trockij divenne presidente. Sul suo ruolo durante quei giorni cruciali della Rivoluzione del 1905 abbiamo la testimonianza di un grande studioso, lo storico Pokrovskij:

Durante l’ intero periodo della sua attività, il Soviet di Pietroburgo ebbe alla sua testa un menscevico molto intelligente e scaltro, esperto nell’arte di combinare la sostanza menscevica con una fraseologia rivoluzionaria. Il nome di quel menscevico era Troskij. Era un menscevico genuino e autentico che non aveva alcun desiderio di un’insurrezione armata ed era totalmente avverso all’idea di portare la Rivoluzione al suo completamento, cioè di rovesciare lo zarismo. (M. N. Pokrovskij, Brief History of Russia, vol. II, p. 320)



Dopo il 1906 forma un piccolo centro a Vienna, dove occasionalmente pubblica un suo giornale. Combatte il bolscevismo, anche se in gradi diversi. Nel 1912 si unisce a una coalizione antibolscevica conosciuta come il blocco di agosto. I suoi attacchi al bolscevismo diventano più veementi e privi di scrupoli. Allo scoppio della Guerra mondiale occupa una posizione centrista. A parole si oppone ai socialdemocratici che si sono uniti ai governi capitalisti per aiutare un gruppo di ladroni imperialisti, come Lenin li chiamava, contro un altro; in realtà non rompe con loro e nei suoi discorsi li difende spesso. È contro la guerra, ma anche contro Lenin. Il programma leninista richiedeva la sconfitta del “nostro stesso” governo durante la guerra; richiedeva la trasformazione in ogni paese della guerra imperialista in una guerra civile, cioè una rivoluzione contro la borghesia; richiedeva la formazione di una nuova organizzazione internazionale di autentici socialisti rivoluzionari. Trockij è contrario a questi slogan. Quando Lenin dice: è bene per la rivoluzione che il “nostro stesso” governo sia sconfitto in guerra, Trockij definisce questo “una concessione ai metodi politici del social-sciovinismo”. Quando i socialisti rivoluzionari si riunirono nel 1915 a Zimmerwald, in Svizzera, per organizzare la lotta contro la guerra imperialista, Trockij faceva parte non della sinistra leninista, ma del centro.

Le sue idee erano così diverse da quelle di Lenin che anche dopo la Rivoluzione del febbraio 1917 Lenin non lo considerava un bolscevico. In una lettera alla Kollontaj datata 17 marzo 1917 Lenin scrive:

Ritengo che il nostro obiettivo principale è evitare di lasciarsi intrappolare in assurdi tentativi di “unità” con i social-sciovinisti (o, ancora più pericoloso, con gli ondivaghi come [...] Trockij e co.) e continuare il lavoro del nostro Partito con uno spirito coerentemente internazionalista. (Lenin, La Rivoluzione del 1917)



A metà del maggio 1917, in preparazione a una conferenza, Lenin scrive la sinossi di un rapporto in cui sottolinea la necessità di “essere duri come la pietra nel perseguire la linea proletaria contro i tentennamenti piccolo-borghesi” e aggiunge questa frase significativa:

I tentennamenti dei piccoli borghesi: Trockij (Lenin, Opere complete, vol. XXIV, p. 227)



Rientrato dall’estero dopo la Rivoluzione di febbraio, Trockij si unì al gruppo socialdemocratico di Pietrogrado. Il gruppo aveva una posizione centrista e per molti anni aveva combattuto il gruppo bolscevico della città. Anche dopo la Rivoluzione di febbraio erano a favore dell’unificazione di tutti i gruppi del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, compresi i social-sciovinisti. Gradualmente abbandonarono l’idea dell’unità con questi ultimi, tendendo sempre più verso l’accettazione della politica bolscevica.

Alla fine dell’estate del 1917 il gruppo di Trockij si unì al Partito Bolscevico, alla vigilia del sesto congresso del Partito tenuto all’inizio di agosto. Ebbero una rappresentanza al congresso e il nuovo Comitato Centrale comprendeva tra i suoi 22 membri tre ex pietroburghesi: Trockij, Urickij e Joffe.

Avendo dichiarato di accettare il programma bolscevico, Trockij ricevette dal Comitato Centrale ogni opportunità di lavorare negli interessi del Partito e della classe operaia. Abile oratore ed ex presidente del primo Soviet del 1905, verso la fine del 1917 divenne presidente del Soviet di Pietrogrado. Mantenne questa carica nei giorni decisivi di ottobre, lavorando sotto la guida del Comitato Centrale del Partito Bolscevico.

Durante la presa di potere dei bolscevichi nel novembre 1917, Trockij ricoprì un ruolo importante come membro della Commissione Militare Rivoluzionaria. Ma sarebbe assurdo dire che era il leader dell’insurrezione. Scrive Stalin:

Sono ben lontano dal negare la parte senza dubbio importante avuta da Trockij nell’insurrezione. Ma devo dire che Trockij non ha avuto e non poteva avere nessuna funzione particolare nell’insurrezione d’ottobre, e che, essendo presidente del Soviet di Pietrogrado, egli non ha fatto che eseguire la volontà delle istanze competenti di partito, che guidavano ogni suo passo. (Stalin, "Trotskismo o leninismo?", Opere complete, vol. VI, p. 391)



Tra i cinque membri incaricati dal Comitato Centrale il 16 ottobre di organizzare l’insurrezione, il nome di Trockij non compare.

In tal modo, a questa seduta del CC è accaduto, come vedete, qualcosa di “orrendo”, cioè nel centro pratico, chiamato a dirigere l’insurrezione, non è entrato, strano a dirsi, l’“animatore”, la “figura principale”, l’“unico dirigente” dell’insurrezione. Come conciliare questo con l’opinione corrente sulla funzione particolare di Trockij? (Ibid., p. 392)



Chi conosce i metodi del Partito Bolscevico capirà facilmente perché Trockij non era tra i dirigenti nominati dal Comitato Centrale. Era un uomo nuovo. Non aveva mai aiutato la costruzione del Partito. Era stato in disaccordo con i bolscevichi fino a poco prima. In realtà non era di stampo bolscevico. Era un uomo di influenza riconosciuta in Russia, ma la sua influenza si estendeva principalmente alla piccola borghesia. Era una sorta di anello tra il Partito Bolscevico e le masse piccolo- borghesi che il Partito voleva guidare.

Il disaccordo di Trockij con Lenin emerse immediatamente dopo la presa di potere. Fu necessario firmare il trattato di Brest-Litovsk con la Germania perché la rivoluzione proletaria potesse prendere tempo e consolidarsi. Trockij, allora Commissario per gli Affari Esteri, rifiutò di firmare il trattato. Furono necessarie la straordinaria forza di volontà e le sferzate di Lenin perché Trockij abbandonasse la sua posizione insostenibile e accettasse un passo che segnò la salvezza della Rivoluzione.

Il tempo passava. Trockij lavorava con i bolscevichi. All’apparenza divenne uno di loro, ma era un estraneo nel Partito Bolscevico. Venne la guerra civile e a Trockij fu affidata una posizione di prestigio. Era, per così dire il capo propagandista dell’Armata Rossa. Era il Commissario Militare ma non un vero militare. Non sapeva nulla dell’organizzazione dell’esercito e aveva idee sbagliate sulla strategia della guerra rivoluzionaria. Il lavoro di organizzazione dell’Armata Rossa fu svolto dall’intero paese, da milioni di proletari sotto la guida del Partito Comunista. I combattimenti veri e propri si svolsero sotto la supervisione di esperti militari e l’attenta guida di Lenin. Trockij viaggiò su e giù per il fronte, dando ordini decisi che potevano essere citati come esempi di stile militare, andò nelle trincee a parlare con i soldati dell’Armata, pronunciò grandi orazioni pubbliche, ma non guidò mai la guerra civile. Poté illudersi e credere di essere l’intero spirito di quella tremenda lotta storica. Forse ci crede ancora oggi. La verità è esattamente l’opposto(*). La verità è che Stalin e Vorošilov furono i grandi combattenti sui vari fronti di battaglia, dirigenti con chiare idee rivoluzionarie e strateghi di prim’ordine.

Prima che gli echi delle battaglie si fossero spenti, Trockij sviluppò un’opposizione aperta e violenta alla politica di Lenin riguardo ai compiti dei sindacati. Voleva che essi fossero non organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori nelle fabbriche, nel commercio e nelle industrie, ma unità amministrative legate allo Stato che svolgessero funzioni di governo. Organizzò, in opposizione a Lenin, una piccola fazione che minacciava di sabotare le attività del Partito Comunista in un momento in cui l’unità era una questione di vita o di morte. Lenin bollò questo frazionismo come un atto di sabotaggio.

Si può forse negare che, anche se “i nuovi compiti e metodi” fossero indicati da Trockij in modo altamente giusto quanto in realtà lo sono in modo totalmente errato (del che parleremo in seguito), col suo solo atteggiamento Trockij danneggerebbe se stesso, il partito, il movimento sindacale, l’educazione di milioni di membri dei sindacati e la repubblica? (Lenin, “Ancora sui sindacati”, Opere complete, vol. XXXII, p. 61)



Trockij fu sconfitto. Se il suo “piano” avesse avuto successo, avrebbe minato l’intero sistema sovietico.

Nel 1923 riprende nuovamente l’opposizione al Partito Bolscevico. Questa volta non è più una questione singola. L’intero Partito Comunista, la sua struttura, le sue attività, la sua linea lo ripugnano. All’inizio era solo in mezzo ai massimi dirigenti. Nel 1926 fu raggiunto da Zinov’ev e Kamenev, che nel novembre del 1917 si erano distinti per essersi opposti all’insurrezione e alla presa di potere da parte del Partito Bolscevico ed erano stati definiti “crumiri” da Lenin. Avevano idee diverse da quelle di Trockij sotto molti aspetti, ma accettarono la sua guida e le basi della sua opposizione.

Circola una leggenda secondo cui a Trockij e ai suoi seguaci non fu “data la possibilità” di presentare il loro punto di vista tra i ranghi del Partito. In realtà il dibattito tra l’opposizione e la dirigenza del Partito era continuo dal 1924 al 1927. In numerose sessioni degli organi centrali e in innumerevoli incontri degli organi inferiori il programma dell’op- posizione fu scartato. Schiere di libri, centinaia di opuscoli sulle questioni furono pubblicati e ampiamente distribuiti. L’opposizione fu ascoltata fino al punto di esaurire la pazienza dei membri del Partito.

Quando la discussione finì, quei leader e il loro gruppo di seguaci erano completamente screditati, disprezzati dal Partito e dalle masse proletarie e denunciati come cospiratori.

Siamo perfettamente consapevoli della gravità di una simile accusa. Ma come altro possiamo definire le attività di militanti del Partito apparentemente responsabili che, siccome la schiacciante maggioranza dei membri è in disaccordo con loro e chiede la loro sottomissione, organizza una piccola cricca all’interno del Partito, con la sua disciplina e i suoi centri, si allea con dei piccoli borghesi estranei al Partito per mettere in pratica attività antipartitiche, comincia a stampare pubblicazioni contro la dirigenza e le diffonde tra le masse, compiendo così i primi passi verso la disgregazione dell’ossatura stessa della Rivoluzione, il Partito Comunista?

Questo è esattamente ciò che Trockij, Zinov’ev e Kamenev fecero nel 1927. Il Partito fu costretto a espellere la cricca. Alcuni di loro in seguito ritrattarono, come avevano fatto già prima del 1927, soltanto per riprendere le attività disgregatrici. Trockij non ritrattò. Gli fu ordinato di lasciare la capitale e fu trasferito ad Alma Ata, in Asia centrale. In seguito fu espulso dal paese. Da allora continua a fornire alla borghesia mondiale munizioni contro l’Unione Sovietica. La sua polvere è bagnata. Il suo cannone ruggisce senza ferire. Ma la borghesia finge di vedere in lui un’autentica fonte di informazioni genuine. Conduce la sua attività controrivoluzionaria grazie alla fama di essere stato un leader durante la Rivoluzione. Nei suoi innumerevoli scritti sostiene assurdamente di essere stato lui, e non Lenin, a guidare la Rivoluzione.

Questa è, in poche parole, la carriera del nostro uomo. È mai stato un bolscevico? Nell’arco di trentatrè anni è stato legato ai bolscevichi soltanto per sei. Anche in quel periodo ebbe con loro un gran numero di violenti disaccordi. In effetti, ci fu a mala pena una posizione leninista con la quale fu sinceramente d’accordo. Non divenne mai parte integrante dell’organizzazione bolscevica. Sembra essere stato un corpo estraneo all’interno dell’organismo del Partito Bolscevico, persino quando era membro del loro Ufficio Politico.

I bolscevichi non hanno bisogno di citare il passato non-bolscevico di un uomo che è entrato a far parte genuinamente e sinceramente del loro Partito. Se citiamo il passato di Trockij è perché, come vedremo meglio più avanti, non se l’è mai lasciato davvero alle spalle. È ancora il suo presente. Adesso si oppone con violenza al Partito Bolscevico di Stalin proprio come vent’anni fa si opponeva al Partito Bolscevico di Lenin; calunnia Stalin tanto malignamente quanto calunniava Lenin, e per le stesse ragioni.

Come è potuto accadere che Trockij, il quale ha sulle spalle un fardello tanto sgradevole [di odio verso i bolscevichi], si sia ciò nondimeno trovato nelle file dei bolscevichi durante il movimento di ottobre? Ciò è accaduto perché Trockij aveva allora rinunciato (rinunciato di fatto) al suo fardello, lo aveva nascosto in un armadio. Senza questa “operazione” una collaborazione seria con Trockij sarebbe stata impossibile. [...]
Poteva Trockij, in una simile situazione [quando l’impraticabilità della sua teoria fu provata dall’esperienza concreta], non nascondere il suo fardello nell’armadio e non seguire i bolscevichi, egli che non aveva dietro di sé nessun gruppo più o meno serio e che veniva ai bolscevichi come un’ unità politica isolata, priva di un esercito? Certamente non poteva!
[...] Il fatto è che il vecchio fardello del trotskismo, nascosto nell’armadio nei giorni del movimento di ottobre, viene ora di nuovo tirato fuori nella speranza di poterlo smerciare. (Stalin, "Trotskismo o leninismo?", Opere complete, vol. VI, pp. 418-419)



Quando Trockij nascose il suo “fardello tanto sgradevole” nell’armadio era un’unità politica isolata. Quando lo tirò fuori di nuovo pensava di avere un potente esercito alla spalle. Si sbagliava. I ranghi militanti del Partito Comunista e tutti i lavoratori onesti dell’Unione Sovietica si rifiutarono di seguire l’uomo dal fardello tanto sgradevole. Ora sta cercando di fondare quell’esercito su scala mondiale. Senza successo.

(*)
In realtà le sue idee sulla strategia della guerra civile erano così sbagliate che se fossero state messe in pratica i nemici avrebbero trionfato. Basti ricordare che nell’estate del 1919, in un momento cruciale della lotta contro il generale bianco Kolčak, Trockij propose di muovere parte delle forze rosse dal fronte orientale a quello meridionale, lasciando la regione degli Urali, con le sue fabbriche e ferrovie, nelle mani di Kolčak. Il Comitato Centrale del Partito Comunista si oppose e decise un’avanzata verso Kolčak per espellerlo dagli Urali. Quello fu l’inizio della fine per il generale, ma fu anche la fine del ruolo di Trockij sul fronte orientale. Subito non ebbe più alcun ruolo neppure sul fronte meridionale contro Denikin. Egli non racconta tutto questo nella sua storia della Rivoluzione. La sincerità di Trockij...




Prefazione alla prima edizione di “Imperialismo e rivoluzione” di Enver Hoxha


Dalla pubblicazione nel 1848 del «Manifesto del Partito Comunista» di Marx e di Engels e fino ad oggi, la lotta fra il marxismo rivoluzionario e l’opportunismo, sia in campo politico che in cam­ po ideologico, si è concentrata attorno ad un pro­ blema: è o non è necessaria la rivoluzione per trasformare la società su basi socialiste, esistono o non esistono le condizioni per attuare la rivoluzio­ ne, è possibile compierla seguendo la via pacifica, oppure è indispensabile ricorrere alla violenza rivoluzionaria?
La borghesia e gli opportunisti, con tutte le loro teorie che si contano a decine, per non dire a centinaia, si sono sforzati e si sforzano di negare l’incontestabile verità che la contraddizione fon­ damentale della società capitalista è quella fra gli sfruttatori e gli sfruttati, di negare la collocazione ed il ruolo storico della classe operaia, di negare anche la stessa lotta di classe come fattore deter­ minante dello sviluppo e del progresso della società umana. Il loro scopo è stato e continua ad es­ sere quello di disorientare ideologicamente il proletariato, di ostacolare la rivoluzione, di perpetuare lo sfruttamento capitalistico, di distruggere il marxismo-leninismo, la scienza trionfante della rivoluzione e dell’edificazione del socialismo.
Tutti questi avversari e nemici del proleta­ riato e della rivoluzione hanno tentato di dichia­ rare superato il marxismo-leninismo e di architettare diverse «teorie», adatte, a loro dire, alle nuove condizioni storiche, alle trasformazioni subite dal capitalismo e dall’imperialismo, all’evoluzione che ha avuto, in generale, la società umana. Così Bernstein ha dichiarato superato Marx, mentre Kautsky, speculando sul passaggio dal ca­ pitalismo all’imperialismo, ha negato la rivoluzione. Il loro esempio e i loro metodi sono stati seguiti da tutti i revisionisti moderni, a cominciare da Browder e Tito, Krusciov e gli «eurocomunisti» per arrivare fino ai «teorici» cinesi dei «tre mondi».
Con il falso pretesto di applicare e sviluppare il marxismo-leninismo in «modo creativo», adattandolo alle nuove condizioni createsi oggi nel mondo, tutti questi antimarxisti tentano di negare l’ideologia scientifica della classe operaia e di sostituirla con l’opportunismo borghese.
Il proletariato, i rivoluzionari e i loro autentici partiti marxisti-leninisti hanno condotto e conducono contro il revisionismo moderno e le sue diverse correnti una lotta accanita, che non è cessata e che non cesserà mai.
I revisionisti, la borghesia reazionaria e i suoi partiti si sforzano di definire la nostra teoria, il marxismo-leninismo, un dogma, qualcosa di fisso, rigido, che non si adatta, a loro dire, ai tempi attuali, pieni di dinamismo e di vitalità. Ma se vogliamo parlare di dinamismo e di vitalità, il marxismo-leninismo è l’unica dottrina ad averne, essendo la teoria della classe operaia, la classe sociale più avanzata, la più attiva e la più rivoluzionaria, che ha una giusta concezione del mondo, che produce i beni materiali e che è costantemente in azione.
Gli sforzi della borghesia e dei suoi ideologi, i quali vogliono convincere gli uomini che il marxismo-leninismo è superato e non risponde più ai «tempi moderni», perseguono lo scopo di combattere l’ideologia scientifica del proletariato e sostituirla con alcune teorie che predicano una vita imbastardita, una vita da bassifondi, una società sregolata e degenerata, la cosiddetta società dei consumi. Le teorizzazioni secondo cui, oggi, si sarebbe arrivati ad una nuova forma di società in movimento e in costante progresso, mirano, allo stesso tempo, a colpire il pensiero progressista rivoluzionario del proletariato, la sua ideologia dirigente, a perpetuare l’oppressione e lo sfruttamento capitalista. La nostra teoria, come c’insegna Lenin, giudica e definisce correttamente le forme e i metodi della lotta di classe. Essa rimane strettamente legata ai problemi pratici posti dalla vita, posti dalla nostra epoca.
Quest’arma ci aiuta ad analizzare e a comprendere correttamente in ogni momento il corso dello sviluppo umano, ad analizzare e comprendere correttamente ogni svolta storica della società, ad attuare la sua trasformazione rivoluzionaria.
Il nostro Partito, al suo 7° Congresso, ha smascherato tutte le diverse correnti revisioniste, fra cui anche la teoria cinese dei «tre mondi». Sottolineando l’importanza vitale del marxismo- leninismo per il trionfo della rivoluzione, del socialismo e della liberazione dei popoli, esso ha rigettato decisamente le tesi ed i punti di vista borghesi-opportunisti riguardo l’attuale tappa del processo storico mondiale, i quali negano la rivoluzione e difendono lo sfruttamento capitalista, ed ha ribadito energicamente che nessun cambiamento nello sviluppo del capitalismo e dell’ imperialismo giustifica le «invenzioni» e le mistificazioni revisioniste. La critica di principio e la costante denuncia delle teorie antirivoluzionarie e anticomuniste sono indispensabili per difendere il marxismo-leninismo, per portare avanti la causa della rivoluzione e dei popoli, per dimostrare che la teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin resta sempre giovane, sicura bussola che ci guida verso le future vittorie.

Aprile, 1978




La giornata internazionale della donna


(Stalin – opere complete volume 7 ed.Rinascita pag 60-61)


Nessun grande movimento degli oppressi si è compiuto nella storia dell'umanità senza la partecipazione delle donne lavoratrici. Le donne lavoratrici, le più oppresse fra tutti gli oppressi, non sono mai state e non potevano restare ai margini della grande strada del movimento di liberazione. Il movimento di liberazione degli schiavi ha fatto sorgere, come è noto, centinaia e migliaia di grandi martiri ed eroine. Nelle file dei combattenti per l'emancipazione dei servi della gleba militavano decine di migliaia di donne lavoratrici. Non c'è da meravigliarsi se il movimento rivoluzionario della classe operaia, il più potente di tutti i movimenti di emancipazione delle masse oppresse, ha raccolto sotto la sua bandiera milioni di donne lavoratrici.
La giornata internazionale della donna indica l'incincibilitò e preannuncia il grande avvenire del movimento di emancipazione della classe operaia.
Le donne lavoratrici, operaie e contadine, costituiscono una grandissima riserva della classe operaia. Questa riserva rappresenta una buona metà della popolazione. Sarà questa riserva favorevole o contraria alla classe operaia? Da questo dipendono le sorti del movimento proletario, la vittoria o la sconfitta del potere proletario. Perciò il primo compito del proletariato e del suo reparto d'avanguardia, il partito comunista, è di condurre una lotta risoluta per sottrarre le donne, le operaie e le contadine, all'influenza della borghesia, per educare politicamente e organizzare le operaie e le contadine sotto la bandiera del proletariato.
La giornata internazionale della donna è un mezzo per conquistare al proletariato la riserva costituita dalle donne lavoratrici.
Ma le donne lavoratrici non sono soltanto una riserva. Esse possono e devono diventare – mediante una giusta politica della classe operaia – un vero esercito della classe operaia, che agisce contro la borghesia. Temprare la riserva costituita dalle donne lavoratrici, trasformandola in un esercito di opraie e di contadine che agisce fianco a fianco del grande esercito del proletariato: questo è il secondo compito decisivo della classe operaia.
La giornata internazionale della donna deve diventare un mezzo per trasformare le operaie e le contadine da riserva della classe operaia in un esercitto operante del movimento di emancipazione del proletariato. Viva la Giornata internazionale della donna!

Stalin

Pravda, n. 56
8 Marzo 1925.




Il ruolo fondamentale di Stalin nell’Ottobre Rosso


In occasione del 64° anniversario della morte di Stalin (5.3.2017) desideriamo mettere in risalto il ruolo svolto dal “meraviglioso georgiano” nella grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, di cui quest’anno celebriamo il centenario. Un ruolo spesso trascurato, o addirittura negato e disprezzato. Cercheremo di capirne il perché.
Come è noto, Giuseppe Stalin, dopo aver sopportato coraggiosamente duri anni di prigione e di esilio, giunse a Pietrogrado, la capitale rivoluzionaria della Russia, il 12 marzo 1917.
Il CC del Partito gli affidò subito la redazione della Pravda e lo delegò a far parte del Comitato esecutivo dei Soviet di Pietroburgo.
Nel periodo che va dal marzo all’ottobre Stalin lavorò per serrare le file del Partito nella lotta per la trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione socialista. Assieme a Molotov diresse l’attività del CC e del Comitato bolscevico di Pietrogrado. Negli articoli di Stalin i bolscevichi trovarono le direttive di principio per il lavoro tra le masse, per consolidare i Soviet come organi del nuovo potere rivoluzionario. Stalin denunciò incessantemente il carattere brigantesco della guerra, che non era cambiato per il fatto che il potere era passato nelle mani di Kerenski. Respinse le posizioni scioviniste e di appoggio al governo provvisorio, sostenute dagli opportunisti.
Il 3 aprile accolse Lenin di ritorno dall’emigrazione, alla testa di una grande manifestazione rivoluzionaria.
Il giorno seguente, Lenin presentò le Tesi di Aprile, in cui riassunse le sue posizioni. Stalin ne afferrò immediatamente il significato e le conseguenze politiche e pratiche. Da quel momento si trasformò nel più infaticabile difensore e propagandista della linea leninista dentro e fuori il partito. Fu l’uomo che forgiò l’unità del partito, di tutti i suoi militanti attorno alle posizioni di Lenin, che convertì questa linea in unità di azione del partito, in attività di direzione, di educazione e di organizzazione delle masse nella lotta per la conquista del potere politico.
A fine aprile, nella VII conferenza panrussa del partito bolscevico, Stalin sostenne la linea leninista orientata alla rivoluzione socialista, smascherando Kamenev, Rikov, etc., e presentò il rapporto sulla questione nazionale, affermando il diritto delle nazioni all’autodecisione.
Nel maggio del 1917 Stalin venne eletto membro dell’Ufficio politico del CC del Partito (7 membri), prese parte attiva alla direzione del lavoro del Comitato di partito di Pietrogrado, scrisse articoli per il giornale dei soldati, partecipò ai lavori della Conferenza nazionale delle organizzazioni militari del partito, orientò l’attività dei bolscevichi nelle elezioni municipali, organizzò le manifestazioni di piazza sotto le parole d’ordine bolsceviche, scrisse appelli, etc.
Nel giugno 1917 partecipò al I Congresso dei Soviet dei deputati operai e dei soldati di tutta la Russia e fu eletto dal Congresso membro del Comitato esecutivo centrale.
Nel mese seguente, mentre Lenin era in clandestinità, Stalin assunse di fatto la direzione del CC e dell’organo centrale del Partito. Va ricordato che si oppose strenuamente alla consegna di Lenin al tribunale controrivoluzionario.
Durante l’estate diresse con Sverdlov i lavori del VI congresso clandestino del partito, presentando i rapporti sull’attività del CC e sulla situazione politica. Stalin illustrò i compiti e la tattica dei comunisti russi e sostenne la possibilità della vittoria della rivoluzione socialista in Russia, sconfiggendo i trozkisti e i dogmatici che la ritenevano impossibile.
Sotto la guida di Stalin, in accordo con le direttive di Lenin, il congresso e la classe operaia si prepararono all’insurrezione armata.
Stalin venne rieletto dal Congresso membro del CC, che lo nominò direttore dell’organo centrale del Partito (che usciva con le testate Proletari, Raboci e Raboci Put). A settembre fu tra i candidati dell’Assemblea costituente.
In tutto il periodo dell’organizzazione dell’assalto decisivo Stalin si mantenne in stretto contatto con Lenin, come suo più stretto collaboratore nel compito gigantesco di preparare e fare la rivoluzione.
Il 16 ottobre Stalin attaccò alla riunione del CC del Partito gli interventi dei traditori Kamenev e Zinoviev che portavano acqua al mulino della controrivoluzione: “Ciò che propongono Kamenev e Zinoviev porta obiettivamente a dare la possibilità alla controrivoluzione di organizzarsi; noi ripiegheremo senza fine e perderemo la rivoluzione. Perché non dare a noi stessi la possibilità di scegliere il giorno e le condizioni, al fine di non permettere alla controrivoluzione di organizzarsi?” (da I Protocolli del Comitato Centrale bolscevico del 1917-1918, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1974).
Nella stessa riunione il CC del Partito organizzò un Centro rivoluzionario militare composto da 5 membri (Stalin, Sverdlov, Bubnov, Uritski e Dzerginski), che aveva il compito di dirigere praticamente il processo insurrezionale.
Il 21 ottobre Stalin entrò assieme a Dzerginski nel Comitato esecutivo dei Soviet di Pietrogrado per rafforzare l’influenza dei bolscevichi.
Il 24 ottobre Stalin scrisse sul Raboci Put un articolo con l’invito ad abbattere il governo provvisorio. Immediatamente dopo respinse l’attacco armato di Kerenski che voleva sopprimere l’organo centrale del Partito.
La sera stessa iniziò l’insurrezione armata di Ottobre. In seguito alla sua vittoria Stalin entrò nel primo Consiglio dei commissari del popolo, con l’incarico per le questioni nazionali.
Il ruolo di Stalin nell’Ottobre rosso è indiscutibile. Tutte le interpretazioni che negano o sminuiscono l’importanza del suo ruolo – come fanno i trozkisti, i revisionisti e i borghesi – sono in diretto legame con il disconoscimento del ruolo del Partito bolscevico.
Se poniamo il Partito al centro della rivoluzione che cambiò il mondo, emerge con particolare evidenza il ruolo e la figura di Stalin, militante del Partito, dirigente del Partito, quadro bolscevico di prim’ordine.
Rivendicare il ruolo di Stalin nell’Ottobre è importante per almeno tre ragioni: perchè negando Stalin si pretende di negare il Partito del proletariato, la sua natura e la sua funzione; perché la denigrazione di Stalin è parte integrante della campagna di denigrazione del comunismo, dei suoi principi, delle sue esperienze e tradizioni; perché è un atto di giustizia e di riconoscimento verso un grande rivoluzionario, un grande dirigente comunista.
Ogni sincero comunista può capire che non si tratta di una questione “storica” secondaria, relativa al ruolo di una singola personalità rivoluzionaria nel corso di un grande evento, ma di importanti questioni ideologiche quali la concezione del Partito e il suo ruolo nella rivoluzione, la concezione della militanza comunista, il suo significato e il suo carattere.

Da Scintilla n. 78, marzo 2017
Organo di Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia




Stalin: Discorso pronunciato alla rivista militare il 7 novembre 1941
sulla piazza Rossa a Mosca




Compagni soldati rossi e marinai rossi, comandanti e dirigenti politi operai e operaie, colcosiani e colcosiane, lavoratori intellettuali, fratelli e sorelle nelle retrovie del nostro nemico, temporaneamente caduti sotto il giogo dei briganti tedeschi, nostri valorosi partigiani e partigiane che distruggete le retrovie degli invasori tedeschi!  

A nome del Governo sovietico e del nostro partito bolscevico vi saluto e mi felicito con voi per il ventiquattresimo anniversario della Grande rivoluzione socialista d'Ottobre.  

Compagni, oggi dobbiamo celebrare il ventiquattresimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre in condizioni difficili. La perfida aggressione dei briganti tedeschi e la guerra impostaci hanno creato una minaccia per il nostro paese. Abbiamo temporaneamente perduto una serie di regioni; il nemico si trova alle porte di Leningrado e di Mosca. Il nemico calcolava che sin dal primo urto il nostro esercito sarebbe stato disperso e il nostro paese sarebbe stato messo in ginocchio. Ma il nemico ha grossolanamene sbagliato i suoi calcoli. Malgrado gli insuccessi temporanei, il nostro esercito e la nostra marina respingono eroicamente gli attacchi del nemico su tutto il fronte e gli infliggono gravi perdite; e il nostro paese, tutto il nostro paese, si è organizzato in un unico campo di combattimento, per sconfiggere, assieme al nostro esercito ed alla nostra marina, gli invasori tedeschi.  

Vi furono giorni in cui il nostro paese si trovò in una situazione ancor più grave. Ricordate il 1918, anno in cui celebrammo il primo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. I tre quarti del nostro paese si trovavano allora nelle mani degli invasori stranieri. L'Ucraina, il Caucaso, l'Asia Centrale, gli Urali, la Siberia, l'Estremo Oriente furono temporaneamente persi. Non avevamo alleati, non avevamo l'Esercito rosso, - se ne iniziava appena la formazione, - mancava il grano, mancavano gli armamenti, mancavano gli equipaggiamenti. 14 Stati assalirono allora il nostro paese. Ma non cademmo nel pessimismo, non ci perdemmo d'animo. Nel fuoco della guerra formammo allora l'Esercito rosso e trasformammo il nostro paese in un campo trincerato. Lo spirito del grande Lenin ci animava allora alla guerra contro gli invasori. Ebbene? Infliggemmo una disfatta agli invasori, ci facemmo restituire tutti i territori perduti e riportammo la vittoria.  

La situazione attuale del nostro paese è incomparabilmente migliore di 23 anni fa. Il nostro paese ora è molto più ricco di industrie, di derrate alimentari e di materie prime di 23 anni fa. Abbiamo ora degli alleati che formano, insieme a noi, un fronte unico contro i conquistatori tedeschi. Abbiamo ora la simpatia e l'appoggio di tutti i popoli d'Europa caduti sotto il giogo della tirannide hitleriana. Ora disponiamo di un magnifico esercito e di una magnifica marina che difendono col loro petto la libertà e l'indipendenza della nostra Patria. Ora non abbiamo una mancanza seria nè di prodotti alimentari, nè di armamenti, nè di equipaggiamenti. Tutto il nostro paese, tutti i popoli del nostro paese appoggiano il nostro esercito, la nostra flotta e li aiutano a sconfiggere le orde conquistatrici dei fascisti tedeschi. Le nostre riserve umane sono inesauribili. Lo spirito del grande Lenin e la sua vittoriosa bandiera ci animano oggi, come 23 anni fa, alla guerra per la difesa della Patria.  

Si può forse dubitare che possiamo e dobbiamo vincere gli invasori tedeschi?  

Il nemico non è così forte come lo dipingono alcuni intellettualucci spaventati. Il diavolo non è così terribile come lo si dipinge. Chi può negare che il nostro Esercito rosso ha più volte messo in fuga disordinata le vantate truppe tedesche in preda al panico? Se si giudica non dalle fanfaronate dei propagandisti tedeschi, ma dalla vera situazione della Germania, sarà facile comprendere che gli invasori fascisti tedeschi sono davanti ad una catastrofe. In Germania oggi regnano la fame e la miseria. In quattro mesi di guerra la Germania ha perduto 4 milioni e mezzo di soldati. La Germania si dissangua, le sue riserve umane si esauriscono. Lo spirito di indignazione invade non solo i popoli d'Europa, caduti sotto il giogo degi invasori tedeschi, ma lo stesso popolo tedesco che non vede la fine della guerra. Gli invasori tedeschi tendono le ultime forze. Non vi è dubbio che la Germania non può sostenere a lungo una tale tensione. Ancora alcuni mesi, ancora mezz'anno, forse un annetto e la Germania hitleriana dovrà crollare sotto il peso dei suoi misfatti.  

Compagni soldati rossi e marinai rossi, comandanti e dirigenti politici, partigiani e partigiane! Tutto il mondo vi guarda come ad una forza capace annientare le orde brigantesche degli invasori tedeschi. I popoli asserviti d'Europa, caduti sotto il giogo degli invasori tedeschi, vi guardano come loro liberatori. Una grande missione liberatrice spetta a voi. Siate, dunque, degni di questa missione! La guerra che voi conducete è una guerra di liberazione, una guerra giusta. Che le figure ardimentose dei nostri grandi antenati - Alessandro Nevski, Demetrio Donskoi, Cosimo Minin, Demetrio Pogiarski, Alessandro Suvorov, Michele Kutusov - vi ispirino in questa guerra! Che la vittoriosa bandiera del grande Lenin sia il segno che vi guidi!  
Per la completa disfatta dei conquistatori tedeschi! Morte agli invasori tedeschi!
Evviva la nostra gloriosa Patria, la sua libertà, la sua indipendenza!
Sotto la bandiera di Lenin, avanti, alla vittoria!
 

Pubblicato nella «Pravda», N. 310, 8 novembre 1941.
G. Stalin, «Sulla Grande guerra dell'U.R.S.S. per la difesa della Patria», pp. 25-27, Mosca 1945.


Giovanni Apostolou:
A proposito di alcuni miti propinati dagli “ultrasinistri” anticomunisti


Su alcuni miti e leggende propinate dagli anticomunisti di “sinistra”

Alcuni ultrasinistri anticomunisti dicono :

1) “Trocky aveva le guardie del corpo e i cani da guardia” (intende nella sua villa-fortezza a Coyacan (Messico), NDA) “per proteggersi” : Trotski era odiato dai rivoluzionari, molti lo volevano uccidere per le sue posizioni e la sua vasta attività cospirativa controrivoluzionaria ,il docente William Chase attualmente sta preparando un libro sull’assassinio di Trotsky: in questo libro pubblicherà materiali e documenti che fanno luce sul ruolo di Trotsky come informatore degli USA; peraltro, i documenti 4 e 5 degli archivi dell’FBI confermano senza ombra di dubbio che Trotsky ebbe incontri regolari nel Maggio, Giugno e Luglio 1940 con Robert MacGregor del Consolato degli Stati Uniti a Città del Messico; Trotsky in questi incontri ha fornito informazioni sugli attivisti comunisti in Messico e Spagna: ha anche fatto i nomi dei dirigenti dei Partiti Comunisti del Messico (Lombardo Toledano, Alejandro Rafael, Gerillo Guerrero, Victor Manuel) e della Spagna (Carlos Contreras, Col Lister); Trotsky ha fornito informazioni al Consolato USA sulle pubblicazioni messicane, sui leader politici e sindacali, su funzionari del governo vicini al Partito Comunista del Messico; Trocky si spostò in Francia il 31 Dicembre 1933, anche se secondo il file dell’FBI e secondo ciò che era stato rivelato da un verbale di Robert McGregor (depositato negli archivi USA), Trocky era rimasto negli USA (non avendo mai ottenuto un visto, Trotsky non ha mai partecipato di persona nella Commissione per le Attività Anti USA, ma ha inviato con altri mezzi le informazioni al governo degli Stati Uniti); quando Trocky si trovava nei dintorni di Grenoble (per l’esattezza si rifugiò nel Palazzone Popolare a St. Martin d’Hères) in Francia, secondo il professor William Chase (dell’Università di Pittsburgh) ci sono prove concrete che in quel momento Trotsky era un informatore dell’FBI (la fonte proviene dagli Archivi Federali degli Stati Uniti: RG84; ulteriori prove saranno e, in parte, sono state date dopo la visione (di cui una parte è stata effettuata) degli archivi degli Stati Uniti che Chase utilizzerà per il suo libro sulla morte di Trocky); secondo il file completo dell’FBI (che per meta è riservato e che Chase sta facendo in modo che sia declassificato) le informazioni fornite da Trotsky all’FBI erano un modo per lui di ottenere un visto negli Stati Uniti); prima di Mercader, Siqueiros, grande pittore messicano, organizzò una spedizione armata per uccidere Trotskij e bruciare la sua villa-fortezza, ma la spedizione non riuscì, bruciarono solo in parte la casa (il 1° Maggio 1940 ventimila comunisti messicani marciarono per le vie di Città del Messico portando striscioni con la scritta: “ABBASSO TROCKY” (I. Deutscher, PROPHET OTUCAST, Edition Gallimard, Paris, 1978, p. 482) ).

2) “Trocky in esilio era circondato da quattro gatti” : premesso che calcolando tutto l’euntourage dell’esule controrivoluzionario russo, in Messico non si contavano più di 35 trockijsti attivi, divisi in più fazioni ostili tra loro (V. J. Heijenoort, WITH TROCKY, Harvard University Press, London, 1978, p. 132), dall’attuale documentazione primaria tedesca (conservata a Stanford) si è dimostrato che dal momento in cui Trockij aveva lasciato l’Unione Sovietica gli agenti dei servizi segreti stranieri erano stati desiderosi di contattarlo e servirsi della sua organizzazione internazionale; la Defensiva polacca, l’OVRA fascista, i servizi segreti militari finlandesi, gli émigré bianchi che coordinavano le attività antisovietiche in Romania, Jugoslavia e Ungheria, e gli elementi reazionari interni ai servizi segreti britannici e al Deuxème Bureau francese erano tutti pronti a trattare con il “nemico pubblico numero uno dell’URSS” per i loro scopi; finanziamenti, assistenza, una rete di spie e corrieri furono messi a disposizione di Trockij per il mantenimento e l’estensione delle sue attività di propaganda internazionale e per la riorganizzazione dell’apparato cospirativo in Unione Sovietica; la cosa più importante era la crescente vicinanza di Trockij con i servizi segreti militari tedeschi, la Sezione 111B, che sotto il comando del Colonnello Walter Nicolai stavano già collaborando con la Gestapo di Heinrich Himmler; fino al 1930, l’agente trotskista Krestinskij aveva ricevuto dalla Reichswehr tedesca circa due milioni di marchi d’oro per il FINANZIAMENTOdell’attività trotskista in Russia, in cambio di informazioni consegnate al servizio segreto militare tedesco dai trotzkisti; Krestinskij rivelò in seguito: “dal 1923 fino al 1930 ricevemmo annualmente 250.000 marchi tedeschi in oro, (…) in totale circa due milioni di marchi d’oro; fino al 1927 le stipule degli accordi si svolgevano principalmente a Mosca; in seguito, dalla fine del 1927 fino quasi alla fine del 1928, per circa dieci mesi ci fu un’interruzione dei finanziamenti perché, dopo che il trotskismo era stato schiacciato, io ero completamente isolato, non conoscevo i piani di Trockij e non ricevevo informazioni o istruzioni da lui; (…); continuò così fino all’Ottobre 1928, quando ricevetti una lettera da Trockij, che all’epoca era in esilio ad Alma Ata; (…) ; la lettera diceva che avrei ricevuto il denaro dai tedeschi, che Trockij proponeva di girare a Maslow o ai suoi amici francesi, cioè Roemer, Madeline Paz e altri; contattai il Generale Seeckt; all’epoca si era dimesso e non occupava alcuna carica; si offrì volontario per parlare con Hammerstein e OTTENERE IL DENARO; Hammerstein era il capo dello staff della Reichswehr, e nel 1930 divenne Comandante in Capo” (GERMAN FOREIGN POLICY DOCUMENTS, SERIES D (1937-1945), Edition Archive Germany, Stanford, 2007, vol. III, p. 560); nel 1930 Krestinskij fu nominato Vicecommissario per gli Affari Esteri e trasferito da Berlino a Mosca; il suo allontanamento dalla Germania insieme alla crisi in seno alla Reichswehr dovuta alla crescente potenza del nazismo, arrestarono di nuovo per un certo tempo il flusso del denaro tedesco nelle casse trotzkiste; ma Trockij era già sul punto di stringere un nuovo, ampio accordo con il servizio segreto militare tedesco; nel Febbraio del 1931 Lev Sedov affittò un appartamento a Berlino; secondo il suo passaporto, Sedov era in Germania come “studente”; era venuto a Berlino ostentatamente per frequentare un “istituto scientifico tedesco”; ma quell’anno, il soggiorno di Sedov nella capitale della Germania era dovuto a motivi più urgenti (IBIDEM, vol. IV, p. 780); alcuni mesi prima Trockij aveva scritto un pamphlet dal titolo GERMANIA. LA CHIAVE DELLA SITUAZIONE INTERNAZIONALE; centosette deputati nazisti erano stati eletti al Reichstag e il Partito Nazista aveva ricevuto 6.400.000 voti; quando Sedov arrivò a Berlino, un senso di tensione e aspettativa febbrile incombeva sulla capitale tedesca; truppe di Camicie Nere organizzavano parate per le strade della città cantando “HORST WESSEL”, devastando i negozi ebrei e le abitazioni e i club di liberali e lavoratori; i nazisti erano sicuri di sé; “nella mia vita non sono mai stato così ben disposto e intimamente contento,” scrisse Adolf Hitler sul VOLKISCHER BEOBACHTER; ufficialmente la Germania era ancora una democrazia borghese; i rapporti commerciali con l’Unione Sovietica erano al culmine: il governo sovietico acquistava macchinari dalle industrie tedesche e tecnici tedeschi ottenevano importanti lavori nelle miniere sovietiche e nei progetti di elettrificazione; ingegneri sovietici visitavano la Germania e rappresentanti di commercio, acquirenti e agenti commerciali viaggiavano continuamente avanti e indietro tra Mosca e Berlino per progetti legati al Piano Quinquennale; alcuni di quei cittadini sovietici erano seguaci o ex collaboratori di Trockij; Sedov agiva a Berlino per conto di suo padre, con incarichi cospirativi; “Lev stava sempre all’erta” (scrisse più tardi Trockij in LEV SEDOV. FIGLIO, AMICO E COMBATTENTE (Edizioni Samonà e Savelli, Torino, 1981, p. 27, NDA) ) “e cercava affannosamente il modo di comunicare con la Russia, andando alla caccia di turisti che ne tornavano, di studenti sovietici destinati all’estero o di funzionari simpatizzanti nelle rappresentanze estere”; compito principale di Sedov a Berlino era di prendere contatti con vecchi membri dell’opposizione, di comunicar loro le istruzioni di Trockij, o di riceverne messaggi importanti destinati a suo padre; “per evitare di compromettere i suoi informatori” e per “sfuggire alle spie della GPU”(scrisse Trockij, NDA) “Sedov correva per ore intere lungo le strade di Berlino” (IBIDEM, p. 40); diversi eminenti trotskisti erano riusciti ad assicurarsi posti nella Commissione per il Commercio Estero; fra di loro c’era Ivan Smirnov, già ufficiale dell’Armata Rossa e membro influente della guardia di Trockij; dopo un periodo di esilio, Smirnov aveva seguito la strategia di altri trotskisti, denunciato Trockij e chiesto la riammissione al Partito Bolscevico; ingegnere di professione, Smirnov ottenne presto una posizione di scarsa importanza nell’Industria dei Trasporti; all’inizio del 1931 fu nominato Consulente in una missione commerciale a Berlino; poco dopo il suo arrivo in Germania, Smirnov fu contattato da Lev Sedov; nel corso di numerosi incontri clandestini nell’appartamento di Sedov e in birrerie e caffè fuori mano, Smirnov venne al corrente dei piani di Trockij per riorganizzare l’opposizione clandestina in collaborazione con agenti segreti tedeschi; da quel momento in poi, disse Sedov a Smirnov, la lotta contro il regime sovietico avrebbe dovuto assumere i caratteri di un’offensiva a tutto campo; le vecchie rivalità e le differenze politiche fra trotskisti, buchariniani, zinovevisti, menscevichi, Socialisti-Rivoluzionari e tutti gli altri gruppi e fazioni dovevano essere dimenticate; in secondo luogo, la lotta doveva assumere un carattere militare; doveva iniziare una campagna nazionale di attacchi terroristici e sabotaggi contro il regime sovietico e doveva essere pianificata in ogni dettaglio; mediante attacchi diffusi e attentamente coordinati, l’opposizione sarebbe stata in grado di far precipitare il governo nella confusione e nella demoralizzazione senza speranza: allora l’opposizione avrebbe preso il potere (GERMAN FOREIGN POLICY DOCUMENTS, SERIES D (1937-1945), cit., vol. IV, p. 770); il compito immediato di Smirnov era di far pervenire ai membri più fidati dell’opposizione a Mosca le istruzioni di Trockij per riorganizzare il lavoro clandestino e preparare gli attacchi terroristici e i sabotaggi; doveva anche organizzarsi per inviare regolarmente informazioni a Berlino, che poi sarebbero state recapitate a Sedov da corrieri fidati e da lui mandate al padre; la parola d’ordine con cui i corrieri si identificavano era “ho portato i saluti di Galja”; Sedov chiese a Smirnov di fare un’ultima cosa mentre era ancora a Berlino: doveva contattare il capo di una missione commerciale sovietica appena arrivato e informarlo che Sedov era ancora in città e desiderava vederlo per una questione della massima importanza; la persona in questione era Jurij Leonodovic Pjatakov, vecchio seguace e devoto ammiratore di Trockij; magro e alto, ben vestito, con la fronte spaziosa, la pelle chiara e la barba corta e rossa, Pjatakov aveva più l’aspetto di un insegnante che del cospiratore inveterato; nel 1927, dopo il tentativo di putsch, era stato il primo dirigente trotskista a rompere con Trockij e a chiedere la riammissione nel partito; uomo di straordinaria abilità nella gestione commerciale e negli affari, ottenne alcuni buoni incarichi nelle industrie sovietiche in rapida espansione quando era ancora in esilio in Siberia; alla fine del 1929 fu riammesso in prova nel Partito Bolscevico; fu a capo di una serie di Commissioni sui Trasporti e la Pianificazione delle Industrie Chimiche e nel 1931 ottenne un seggio nel Consiglio Economico Supremo, l’Istituto Centrale della Pianificazione Industriale Sovietica; quello stesso anno fu mandato a Berlino a capo di una missione speciale per acquistare equipaggiamento tecnico tedesco a nome del governo; seguendo le istruzioni di Sedov, Ivan Smirnov rintracciò Pjatakov nel suo ufficio a Berlino; gli disse che Lev Sedov era in città e aveva un messaggio speciale per lui da parte di Trockij (IBIDEM, vol III, p. 356); alcuni giorni dopo Pjatakov vide Sedov; ecco la relazione dello stesso Pjatakov sull’incontro: “c’è un caffè noto col nome di “Am Zoo”, a breve distanza dal giardino zoologico sulla piazza omonima; vi andai e vidi Lev Sedov seduto a un tavolino; in passato, ci conoscevamo molto bene; mi disse che non mi parlava a suo nome, ma a nome di suo padre; che Trockij, sapendo che ero a Berlino, gli aveva dato l’ordine categorico di cercarmi, di incontrarsi con me e di parlarmi; Sedov disse che Trockij non aveva abbandonato affatto l’idea di riprendere la lotta contro Stalin, che vi era stato un temporaneo rallentamento dovuto in parte ai diversi spostamenti di Trockij da un paese all’altro, ma che questa lotta ora veniva ripresa, del che egli Trockij, a mezzo suo, mi stava informando (…); dopo questo, Sedov mi chiese di punto in bianco: “Trockij vi domanda di prender parte a questa lotta”; acconsentii”; allora Sedov proseguì e informò Pjatakov della linea su cui Trockij proponeva di riorganizzare l’opposizione: “Sedov passò a definire il carattere dei nuovi metodi di lotta: non era il caso di sviluppare una qualsiasi forma di lotta di massa, di organizzare un movimento di massa; adottando una qualsiasi specie di lavoro di massa, saremmo immediatamente perduti; Trockij era fermamente convinto che bisognava rovesciare Stalin con la violenza, coi metodi del terrorismo e del sabotaggio”; fra Sedov e Pjatakov ebbe presto luogo un altro incontro; questa volta Sedov gli disse: “vi renderete conto, Jurij Leonodovic, che, poiché la lotta è stata ripresa, occorre denaro; voi potete provvedere i fondi necessari alla lotta”; Sedov spiegò a Pjatakov come si poteva fare; nella sua qualità di Rappresentante Ufficiale di Commercio del governo sovietico in Germania, Pjatakov doveva assicurare il maggior numero possibile di ordinazioni a due ditte tedesche, la Borsig e la Demag; nel trattare con questi consorzi, Pjatakov non doveva essere “troppo esigente in quanto a prezzi”; Trockij aveva un accordo con le due ditte: “voi dovrete pagare prezzi più elevati” (disse Sedov, NDA) “ma questo denaro sarà destinato al nostro lavoro” (IBIDEM, vol. II, p. 560); a Berlino c’erano altri due oppositori segreti che Sedov mise all’opera nell’opera nell’apparato trotskista: erano Aleksej Sestov, un ingegnere della Missione Commerciale di Pjatakov, e Sergej Bessonov, membro della Rappresentanza Commerciale sovietica a Berlino; Bessonov, ex Socialista-Rivoluzionario, era un quarantenne tozzo dall’aria mediocre e dalla carnagione scura; la rappresentanza commerciale di cui era membro era la principale agenzia di commercio sovietico in Europa e gestiva gli scambi con dieci diversi paesi; Bessonov stesso risiedeva stabilmente a Berlino; era quindi l’uomo ideale per servire da “elemento di contatto” tra i trotskisti russi e i loro leader in esilio; fu stabilito che le comunicazioni segrete dall’URSS sarebbero state spedite a Bessonov, che poi le avrebbe fatte arrivare a Sedov o Trockij; Aleksej Sestov era una persona ben diversa, e il suo ruolo doveva essere adatto al suo temperamento; divenne uno degli organizzatori principali delle cellule di sabotaggio trotskiste e tedesche in Siberia, dove era un membro dell’Associazione Industriale Carbonifera Orientale e Siberiana; aveva appena trent’anni; nel 1923, mentre era ancora studente all’Istituto Minerario di Mosca, si era unito all’opposizione trotskista e nel 1927 aveva guidato una delle stamperie clandestine a Mosca; uomo magro e dagli occhi chiari, con un temperamento intenso e violento, Sestov seguiva Trockij con devozione fanatica: “ho incontrato Trockij di persona molte volte” si vantava (in IBIDEM, vol. IV, p. 670); per lui Trockij era “la guida”, ed era così che si rivolgeva sempre a lui; “non serve a niente mettersi a sedere e fischiettare finché cambia il tempo” gli disse Sedov quando si incontrarono a Berlino; “dobbiamo procedere con tutte le forze e i mezzi a nostra disposizione a una strategia di discredito della politica di Stalin”; Trockij sosteneva che “l’unica strada corretta, una strada difficile ma sicura, era rimuovere con la forza Stalin e i membri del governo attraverso i mezzi del terrorismo”; “ci siamo già infilati una volta in un vicolo cieco”, approvò Sestov, “è necessario disarmarci, o tracciare il sentiero per una nuova lotta”; Sedov chiese a Sestov se conosceva un industriale tedesco di nome Dehlmann; Sestov rispose che lo conosceva di fama; era il direttore dell’impresa Frolich-Klupfel-Dehlmann; molti degli ingegneri della ditta erano impiegati nelle miniere della Siberia Occidentale dove anche Sestov lavorava; allora Sedov disse a Sestov che doveva “mettersi in contatto con Dehlmann” prima di tornare in Unione Sovietica; la ditta di Dehlmann, spiegò, poteva essere molto utile all’opposizione trotskista per “minare l’economia sovietica” in Siberia; Dehlmann stava già aiutando a diffondere la propaganda e gli agenti trotskisti nel paese; in cambio Sestov poteva fornire a Dehlmann informazioni sicure sulle nuove miniere e industrie sovietiche, a cui l’industriale tedesco era molto interessato … ; “mi stai consigliando di fare un accordo con la ditta?” chiese Sestov; “che c’è di così terribile?” domandò il figlio di Trockij; “se ci stanno facendo un favore, perché non dovremmo aiutarli?” ; “mi stai chiedendo di diventare una spia ! ”, esclamò Sestov; Sedov scosse le spalle; “è assurdo usare una parola del genere, in una lotta non c’è ragione di essere così schizzinosi; se accetti il terrorismo, se accetti il sabotaggio distruttivo delle industrie, non riesco proprio a capire perché non riesci ad accettare questo”; alcuni giorni dopo, Sestov vide Smirnov e gli riferì quello che Sedov aveva detto: “mi ha ordinato di stabilire contatti con la Frolich-Klupfel-Dehlmann; mi ha detto senza giri di parole di fare da contatto con un gruppo di spie e sabotatori nel bacino del Kuzneck; in quel caso, sarei anch’io una spia e un sabotatore”; “smettila di sprecare parole del genere ! ” gridò Smirnov; “il tempo passa ed è necessario agire; cosa c’è che ti sorprende nel fatto che pensiamo sia possibile rovesciare Stalin mobilitando tutte le forze controrivoluzionarie del Kuzneck? ; perché trovi così terribile allearti con dei tedeschi? : non c’è altro modo; dobbiamo farcelo piacere”; Sestov restò in silenzio; allora Smirnov gli chiese: “beh, come ti senti?”; “non provo niente,” rispose, “faccio quello che la nostra guida Trockij ci ha insegnato: fare attenzione e attendere ordini” (in IBIDEM, vol. IV, pp. 560-579-590-620); prima di lasciare Berlino, Sestov incontrò Dehlmann e fu reclutato con il nome in codice “Alesa” nel servizio segreto militare tedesco; in seguito dichiarò: “incontrai il direttore dell’azienda, Dehlmann, e il suo assistente Koch; il succo della conversazione con i capi della Frolich-Klupfel-Dehlmann era questo: prima di tutto, si parlò di fornire informazioni segrete attraverso i rappresentanti dell’impresa che lavoravano nel bacino del Kuzneck e di organizzare operazioni di sabotaggio insieme ai trotzkisti; fu detto anche a sua volta l’impresa avrebbe inviato più agenti a richiesta della nostra organizzazione (…); avrebbero aiutato in ogni modo i trotskisti a prendere il potere” (in IBIDEM, vol. IV, p. 450); di ritorno in Unione Sovietica, Sestov portò con sé una lettera che Sedov gli aveva detto di consegnare a Pjatakov, che era tornato a Mosca; Sestov nascose la lettera nella suola di una scarpa e la consegnò a Pjatakov al Commissariato dell’Industria Pesante; la lettera era di Trockij in persona, da Prinkipo, e definiva i “compiti immediati” che l’opposizione doveva svolgere in Unione Sovietica; il primo era “di ricorrere a ogni mezzo possibile per rovesciare Stalin e i suoi associati”: ciò significava terrorismo; il secondo consisteva nell’ “unire tutte le forze anti-staliniane”: ciò significava collaborazione con il servizio segreto militare tedesco e con qualsiasi altra forza antisovietica disposta a lavorare con l’opposizione; il terzo compito era “di contrastare tutti i provvedimenti del governo sovietico e del Partito bolscevico, specialmente nel campo economico”: era il sabotaggio; Pjatakov doveva essere il primo luogotenente di Trockij, con l’incarico di gestire l’apparato cospirativo interno all’Unione Sovietica (IBIDEM, vol. I, p. 440); dal 1932 al 1941, la futura quinta colonna in URSS cominciò ad assumere forme concrete nel mondo clandestino dell’opposizione; in piccole riunioni segrete e incontri furtivi, i partecipanti della congiura venivano informati della nuova linea e istruiti per i loro nuovi compiti; una rete di cellule terroristiche e sabotatrici e un sistema di corrieri furono organizzati in Unione Sovietica; a Mosca e a Leningrado, nel Caucaso e in Siberia, nel bacino del Donec e negli Urali, gli agitatori trotskisti organizzarono variegati incontri segreti dei nemici giurati del regime sovietico: Socialisti-Rivoluzionari, menscevichi, oppositori di sinistra e di destra, nazionalisti, anarchici, fascisti bianchi e monarchici (M. Lewin, LE SIECLE SOVIETIQUE, Fayard-Le Monde Diplomatique, Paris, 2003, p. 340); i messaggi di Trockij vennero diffusi in tutto l’agitato sottobosco di oppositori, spie e agenti segreti; una nuova offensiva contro il regime sovietico stava per iniziare; la richiesta pressante di Trockij di preparare atti terroristici allarmò in un primo tempo alcuni dei vecchi intellettuali trotzkisti; il giornalista Karl Radek non nascose il suo sgomento quando Pjatakov lo mise al corrente della nuova tattica; nel Febbraio 1932, Radek ricevette da Trockij una lettera personale inviatagli, come tutte le comunicazioni trotskiste di carattere riservato, per mezzo di un corriere segreto: “dovete ricordare l’esperienza precedente”, scrisse Trockij al suo tentennante seguace, “e rendervi conto che per voi non può esserci un ritorno al passato, che la lotta è entrata in una fase nuova e che l’aspetto di tale fase è questo: o perire insieme all’Unione Sovietica o porre il problema di allontanarne i capi”; la lettera di Trockij, insieme all’insistenza di Pjatakov, convinsero alla fine Radek; consentì ad accettare la nuova “linea” : terrorismo, sabotaggio e collaborazione con “potenze straniere” (in IBIDEM, p. 450); fra gli organizzatori più attivi delle cellule terroristiche, che ora venivano costituite in tutta l’Unione Sovietica, c’erano Ivan Smirnov e i suoi compagni più vecchi della guardia di Trockij: Sergej Mrackovskij e Efraim Dreitzer; sotto la direzione di Smirnov, Mrackovskij e Dreitzer cominciarono a costituire piccoli gruppi permanenti composti da militari; ed ex seguaci di Trockij ai tempi della guerra civile disposti a usare metodi violenti; “le speranze da noi riposte nel crollo della politica del partito” (disse Mrackovskij a uno di questi gruppi terroristici a Mosca nel 1932, NDA) “sono da considerarsi condannate; i metodi di lotta usati finora non han dato nessun risultato positivo; rimane solo una via di lotta ed è l’eliminazione violenta dei dirigenti del Partito; Stalin e gli altri capi vanno eliminati; ecco il compito principale ! ” ; nel frattempo Pjatakov si dava alla ricerca di cospiratori nei posti-chiave dell’industria, specialmente nelle industrie belliche e nei trasporti, reclutandoli per la campagna di sabotaggio sistematico che Trockij voleva scatenare contro l’economia sovietica; nell’Estate del 1932, tra Pjatakov, quale luogotenente di Trockij in URSS, e Bucharin, capo dell’opposizione di destra, fu discussa la possibilità di un accordo per metter termine alle passate rivalità e ai dissidi e svolgere un lavoro comune sotto il comando supremo di Trockij; il gruppo minore capeggiato dai veterani dell’opposizione, Zinov’ev e Kamenev, acconsentì a sottomettersi all’autorità di Trockij (IBIDEM, p. 440); in seguito Bucharin disse questo a Humbert Droz a proposito dei frenetici negoziati tra i cospiratori: “parlai con Pjatakov, Tomskij e Rykov; Rykov parlò con Kamenev, e Kamenev con Pjatakov; nell’Estate del 1932 ebbi una seconda conversazione con Pjatakov nel Commissariato dell’Industria Pesante; all’epoca era molto semplice per me, dato che lavoravo con lui; era il mio capo; dovevo andare nel suo ufficio privato per affari e potevo farlo senza destare sospetti (…); in quella conversazione, nell’Estate del 1932, Pjatakov mi disse del suo incontro con Sedov riguardo alla strategia terroristica di Trockij (…); decidemmo che avremmo trovato molto presto una base comune, che le differenze nella nostra lotta contro il potere sovietico sarebbero state superate; le ultime trattative furono concluse in quell’autunno e una riunione segreta fu tenuta in una casa di campagna abbandonata, una dacia alle porte di Mosca” (in J. H. Droz, L’INTERNAZIONALE COMUNISTA TRA LENIN E STALIN. MEMORIE DI UN RIVOLUZIONARIO 1891/1941, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 440); i congiurati avevano disposto sentinelle attorno alla casa e lungo tutte le vie di accesso per difenderla da ogni sorpresa e per garantirsi una segretezza assoluta; in questa riunione fu costituito una sorta di comando supremo delle forze d’opposizione riunite, il quale doveva dirigere le future campagne di terrorismo e di sabotaggio in tutta l’Unione Sovietica; questo comando supremo dell’opposizione fu chiamato il “blocco delle destre e dei trotzkisti”; era formato di tre compartimenti diversi; se uno di questi veniva scoperto, gli altri avrebbero continuato l’opera; il primo livello, il centro terroristico trotskista-zinovevista, capeggiato da Zinov’ev, era responsabile dell’organizzazione e della direzione del terrorismo; il secondo livello, il centro trotskista parallelo, capeggiato da Pjatakov, era responsabile dell’organizzazione e della direzione del sabotaggio; il terzo livello, che era anche il più importante, il vero blocco delle destre e dei trotskisti, capeggiato da Bucharin e da Krestinskij, comprendeva la maggior parte dei dirigenti e dei membri più autorevoli delle forze d’opposizione riunite; l’intera organizzazione consisteva soltanto di poche migliaia di membri (3000) e di trenta dirigenti che avevano cariche importanti nell’esercito, agli esteri, nel servizio segreto, nell’industria, nei sindacati e negli uffici del partito e del governo (A. Graziosi, L’URSS DI LENIN E STALIN. STORIA DELL’UNIONE SOVIETICA 1914-1945, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 560); fin dall’inizio, nel blocco delle destre e dei trotskisti si infiltrarono, e ne presero in mano le redini, agenti pagati di servizi segreti stranieri, e specialmente agenti del servizio segreto militare tedesco; ecco alcuni degli agenti dei servizi segreti stranieri membri dirigenti del nuovo blocco cospirativo le cui attività sono state pubblicate dal NOUVELLES DE MOSCOU (n° 26, 30 Giugno 1992, p. 15) nel 1991 in piena Perestrojka:

– Nikolaj Krestinsij, trotskista e Vicecommissario per gli Esteri, era agente del servizio segreto militare tedesco sin dal 1923, quando per la prima volta ricevette incarichi di spionaggio dal Generale Hans von Seeckt.

– Arkadij Rosengoltz, trotskista e Commissario del Popolo per il Commercio Estero, aveva assolto compiti di spionaggio per il Comando Supremo tedesco sin dal 1923; “la mia attività di spionaggio risale al 1923″ (raccontò lo stesso Rosengoltz più tardi, NDA) “quando, su istruzioni di Trockij, trasmisi varie informazioni segrete al comandante in capo della Reichswehr Seeckt, e al capo del Comando Supremo tedesco, Hasse”; nel 1926 Rosengoltz cominciò a lavorare per i servizi segreti britannici, mantenendo tuttavia i suoi contatti con la Germania.

– Christian Rakovskij, trotskista ed ex ambasciatore in Gran Bretagna e in Francia, agente dei britannici a partire dal 1924: ecco le parole dello stesso Rakovskij: “entrai in rapporti criminali con i britannici nel 1924”; nel 1934 divenne anche agente del servizio segreto giapponese.

– Stanislav Rataicak, trotskista e capo dell’Amministrazione Centrale delle Industrie Chimiche; agente dei servizi segreti tedeschi; era stato mandato in Russia immediatamente dopo la rivoluzione; svolse attività di spionaggio e sabotaggio nelle industrie degli Urali.

– Ivan Hrasche, trotskista, dirigente dell’industria chimica sovietica, arrivò in Russia come spia per i servizi segreti cecoslovacchi nel 1919, camuffato da ex prigioniero di guerra russo; divenne poi un agente dei servizi segreti tedeschi.

– Aleksej Sestov, trotskista e membro dell’Associazione delle Industrie Orientali e Siberiane del Carbone, divenne un agente tedesco nel 1931 attraverso la compagnia Frolich-Klüpfel-Dehlmann e svolse attività di spionaggio e sabotaggio in Siberia.

– Gavrill Pusin, trotskista e dirigente delle industrie chimiche Gorlovka, divenne un agente tedesco nel 1935; secondo la sua confessione alle autorità sovietiche, aveva fornito ai tedeschi dati sulla produzione di tutte le imprese chimiche sovietiche nel 1934, il loro programma di lavoro per il 1935 e i piani di sviluppo di tecnologia ad azoto fino al 1938.

– Jakov Livsic, trotskista e funzionario della Commissione per le Ferrovie nell’Estremo Oriente, era agente del servizio segreto militare giapponese e trasmetteva regolarmente al Giappone informazioni sulle ferrovie sovietiche.

– Ivan Knjazev, trotskista, membro dell’Esecutivo per il Sistema Ferroviario degli Urali; agente del servizio segreto giapponese; sotto la direzione di questo attuava un’attività di sabotaggio negli Urali, e teneva il Comando Supremo giapponese informato sul sistema dei trasporti sovietico.

– Josif Turok, trotskista Vicedirettore del Reparto Trasporti della Ferrovia Perm e Urali; agente del servizio segreto giapponese; nel 1935 Turok ricevette dai Giapponesi 35.000 rubli per le operazioni di spionaggio e di sabotaggio che egli assolveva negli Urali.

– Michail Cernov, membro dell’opposizione di destra e Commissario per l’Agricoltura; agente del servizio segreto militare tedesco dal 1928; sotto la direzione dei tedeschi, Cernov svolgeva in Ucraina una larga attività di sabotaggio e di spionaggio.

– Vassilij Sarangovic, membro della destra e Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Bielorussia; era stato mandato in URSS come spia nel 1921; negli anni seguenti aveva continuato a lavorare sotto la supervisione dei servizi segreti polacchi fornendo dati e compiendo operazioni di sabotaggio in Bielorussia.

– Grigorij Grinko, membro della destra e del Commissariato del Popolo per le Finanze, agente dei tedeschi e dei polacchi dal 1922; era il leader del movimento nazionalista fascista ucraino, aveva aiutato a contrabbandare armi e munizioni in Unione Sovietica e praticato azioni di spionaggio e sabotaggio per i tedeschi e i polacchi.

L’organizzazione cospirativa dei trotskisti, dell’opposizione di destra e degli zinovevisti era di fatto la quinta colonna dell’Asse in Unione Sovietica.

3) “Trocky è stato il protagonista del Partito Bolscevico e dell’Armata Rossa”: Trocky scrisse: “Stalin è la più eminente mediocrità del nostro partito” (L. D. Trocky, MA VIE, Edition Gallimard, Paris, 1966, p. 583): quando Trocky parlava del “(…) nostro partito (…)”, commetteva una millanteria: egli non aveva mai appartenuto al Partito Bolscevico che Lenin, Zinov’ev, Stalin, Sverdlov ed altri 20 bolscevichi avevano forgiato tra il 1903 e il 1917; Trocky era entrato nel Partito Bolscevico soltanto nel Luglio 1917 (S. S. Montefiore, YOUNG STALIN, Oxford University Press, London, 2007, p. 340); molte pubblicazioni borghesi mettono Trocky sullo stesso piano di Lenin, considerandoli i due artefici della vittoria militare dei bolscevichi; il contributo di Stalin alla lotta contro le armate bianche è per lo più trascurato; dal Marzo 1918, Trocky era Commissario del Popolo alla Difesa: il suo compito consisteva nel formare un nuovo esercito di operai e contadini, inquadrati da 40.000 ufficiali del vecchio esercito zarista (F. Benvenuti, I BOLSCEVICHI E L’ARMATA ROSSA 1918-1922, Edizioni Bibliopolis, Torino, 1983, p. 340); nel Giugno 1918, il Caucaso del Nord, la sola regione cerealicola importante nelle mani dei bolscevichi, fu minacciato dall’esercito di Krasnov: Stalin fu inviato a Karicyn, la futura Stalingrado, per assicurare la consegna dei cereali; vi trovò un caos generale: “io stesso, senza alcuna formalità, caccerò questi Comandanti dell’esercito e questi Commissari che stanno rovinando la situazione”, scrisse a Lenin, reclamando l’autorità militare sulla regione; il 19 Luglio, Stalin fu nominato Presidente del Consiglio di Guerra del Fronte Sud; in seguito Stalin entrò in conflitto con l’ex Generale d’Artiglieria zarista Sytin, che Trocky aveva nominato Comandante del Fronte Sud, e con il Comandante in capo, l’ex Colonnello zarista Vacetis, Karicyn fu difesa con successo (IBIDEM, p. 360); Lenin considerò le misure prese da Stalin in quella città un modello da seguire (IBIDEM, p. 380); nell’Ottobre 1918, Stalin fu chiamato a far parte del Consiglio Militare dell’Ucraina che aveva il compito di rovesciare il regime di Sporopadsky, installato dai tedeschi; in Dicembre, la situazione negli Urali si deteriorò gravemente a causa dell’avanzata delle truppe reazionarie di Kolcak; Stalin fu inviato nella regione con pieni poteri per mettere fine allo stato catastrofico della Terza Armata e per epurarla dai Commissari Politici incapaci; nella sua inchiesta sul campo, Stalin criticò la politica seguita da Trocky e da Vacetis; nel Maggio 1919, Stalin fu nuovamente inviato, con pieni poteri, per organizzare la difesa di Pietrogrado contro l’esercito di Judenic; il 4 Giugno, Stalin mandò un telegramma a Lenin, affermando, sulla base di documenti sequestrati, che numerosi Ufficiali Superiori dell’Armata Rossa lavoravano segretamente a favore degli eserciti bianchi (IBIDEM, p. 450); sul Fronte Orientale scoppiò un grave conflitto tra il suo Comandante, Kamenev, ed il Comandante in capo Vacetis: il Comitato Centrale, alla fine, sostenne il primo e Trocky presentò le dimissioni, che furono respinte; Vacetis fu arrestato per indagine (IBIDEM, p. 463); nell’Agosto 1919, l’esercito bianco di Denikin guadagnò terreno sul Don, in Ucraina e nella Russia Meridionale, avanzando in direzione di Mosca; dall’Ottobre 1919 al Marzo 1920, Stalin diresse il Fronte Sud e sconfisse Denikin (IBIDEM, p. 490); nel Maggio 1920, Stalin fu inviato sul Fronte Sud-Ovest, dove gli eserciti polacchi minacciavano la città di L’vov in Ucraina e le truppe di Vrangel’, in Crimea; Stalin dovette concentrare il grosso delle sue forze contro Vra’ngel, che aveva occupato il territorio a Nord del Mar d’Azov e minacciava di congiungersi alle forze anticomuniste del Don (IBIDEM, p. 510); le armate bianche di Vra’ngel furono liquidate prima della fine del 1920 (IBIDEM, p. 520); nel Novembre 1919, sia Stalin che Trocky ricevettero, per le loro imprese militari, l’Ordine della Bandiera Rossa, una onorificenza che fu ri-istituita in URSS nel 1930: Lenin ed il Comitato Centrale ritenevano che i meriti di Stalin nella direzione della lotta armata nelle situazioni più difficili uguagliassero quelli di Trocky, che aveva organizzato e diretto l’Armata Rossa a livello centrale; ma, per far risaltare il suo primato, Trocky scrisse: “per tutta la durata della guerra civile, Stalin rimase una figura di terz’ordine” (L. D. Trocky, STALIN, Edizioni Garzanti, Milano, 1947, p. 60); McNeal, che spesso non manca di preconcetti nei confronti di Stalin, scrisse a questo proposito: “durante la guerra civile nella Russia bolscevica, Stalin si era rivelato un capo politico e militare il cui contributo alla vittoria dei rossi non era secondo che a quello di Trockij; Stalin aveva rivestito un ruolo minore di quello del suo rivale nell’organizzazione generale dell’Armata Rossa, ma era stato più importante nella direzione di fronti cruciali; se la sua reputazione come eroe era molto al di sotto di quella di Trockij, ciò non era certamente dovuto ai meriti oggettivi di quest’ultimo, ma piuttosto alla mancanza in Stalin di senso auto-propagandistico” (R. H. McNeal, STALIN. MAN AND RULER, Oxford University Press, London, 1988, p. 63).

4) “Trocky era l’espressione delle forze che hanno lottato contro l’usurpazione della rivoluzione” : Trocky è stato il peggior portavoce delle tendenze burocratiche sia per quanto riguarda il suo ruolo nei primi anni dello Stato dei Soviet sia nel corso dell’edificazione del socialismo in URSS:

– Per quanto riguarda i primi anni di vita dello Stato bolscevico, nel Dicembre 1919 Trocky aveva proposto la “militarizzazione della vita economica” e voleva applicare alla mobilitazione dei lavoratori gli stessi metodi che aveva utilizzato per dirigere l’Armata Rossa; in quest’ottica, i ferrovieri erano stati mobilitati sotto una disciplina militare; un’ondata di proteste investì il movimento sindacale; Lenin dichiaro’ che Trocky aveva commesso errori che mettevano in pericolo la dittatura del proletariato: per i suoi assili burocratici nei riguardi dei sindacati, rischiava di dividere il partito dalle masse operaie; l’individualismo oltranzista di Trocky, il suo disprezzo ostinato per tutti i quadri bolscevichi, il suo stile di direzione autoritario e la sua predilezione per la disciplina militare spaventavano molti quadri del partito: essi consideravano che Trocky potesse benissimo ricoprire il ruolo di un Napoleone Bonaparte, realizzare un colpo di Stato ed instaurare un regime autoritario e controrivoluzionario.

– Per quanto riguarda gli anni dell’edificazione del socialismo in URSS, Trocky affermò che Stalin era il rappresentante dello strapotere delle burocrazia che soffocava la base: è il contrario della verità; per applicare la sua linea rivoluzionaria, la direzione bolscevica dovette spesso fare appello alle forze rivoluzionarie della base per mettere in cortocircuito alcune frazioni dell’apparato burocratico; d’altra parte, per sostenere la sua lotta cieca nei confronti di Stalin, Trocky negava l’esistenza di un’opposizione borghese, controrivoluzionaria a capo dell’esercito; infatti appoggiava qualsiasi opposizione contro Stalin e il nucleo bolscevico, compresa quella di Tuchacevsky e Alksnis; Trocky portava avanti una politica di fronte unito con tutti gli anticomunisti all’interno dell’esercito; cio’ dimostra chiaramente che Trocky non poteva arrivare al potere se non alleandosi con le forze della controrivoluzione; Trocky affermava che tutti quelli che si opponevano a Stalin e alla direzione del partito all’interno dell’esercito avevano veramente a cuore la sicurezza del paese, mentre gli ufficiali che erano leali nei confronti del partito difendevano la dittatura di Stalin e gli interessi personali di quest’ultimo; in primo luogo Trocky prendeva posizione contro qualsiasi misura del partito che mirasse a esercitare un controllo politico sull’Armata Rossa; in particolare Trocky se la prendeva con la reintroduzione dei Commissari Politici, che avrebbero avuto un ruolo fondamentale come anima politica nella guerra di resistenza anti-nazifascista, che avrebbero mantenuto un morale rivoluzionario a tutta prova e che avrebbero aiutato i giovani soldati a far proprio un orientamento politico chiaro nella complessità estrema dei problemi posti dalla guerra; Trocky incoraggio’ i sentimenti elitari ed esclusivisti dei militari contro il partito, allo scopo esplicito di disgregare l’Armata Rossa e di provocare una guerra civile; in seguito Trocky si dichiarò difensore dell’indipendenza e dunque della “professionalità” degli ufficiali, dicendo che erano capaci, onesti e di spirito aperto nella misura in cui si opponevano al partito ! ; eppure, era evidente che tutti gli elementi anticomunisti come Tuchacevsky difendevano le loro idee dissidenti borghesi in nome dell’indipendenza e dell’apertura di spirito ! ; Trocky dichiarava che era in atto un conflitto tra il potere “staliniano” e l’amministrazione dello Stato, e assecondava quest’ultima: in realtà il contrasto tra potere e amministrazione dello Stato che egli evocava, era il contrasto tra il Partito Bolscevico e la burocrazia dello Stato; come tutti gli anticomunisti del mondo, Trocky designava il Partito Comunista con l’etichetta calunniosa di “burocrazia” : orbene, il vero pericolo della burocratizzazione del regime socialista si trovava nei settori dell’amministrazione che non avevano niente da spartire con l’ideale comunista, che cercavano di sbarazzarsi del controllo politico e ideologico “soffocante” del partito per porsi al di sopra della società e acquisire privilegi e vantaggi di ogni genere; il controllo politico del partito sull’amministrazione militare e civile aveva sopratutto lo scopo di combattere queste tendenze verso la degenerazione burocratica; quando Trocky dichiarava testualmente che, per assicurare una buona amministrazione del paese, occorreva sbarazzarsi del partito, si faceva portavoce delle peggiori tendenze burocratiche in seno all’apparato; più in generale, Trocky si faceva paladino della “professionalità” dei quadri militari, tecnici, scientifici e culturali, ossia di tutti i tecnocrati che tendevano a sbarazzarsi del controllo del partito, che avrebbero voluto “estromettere il partito da ogni aspetto della vita”, seguendo il suggerimento di Trocky … ; nella lotta di classe che attraverso’ il partito e lo Stato durante gli anni Trenta e Quaranta, la linea di demarcazione passava tra le forze che difendevano la politica leninista di Stalin e quelle che incoraggiavano la tecnocrazia, il burocratismo e il militarismo: sono queste ultime forze quelle che conquisteranno l’egemonia nella direzione del partito quando si realizzerà il colpo di Stato di Chruscev; in uno studio finanziato dall’esercito americano e realizzato nel quadro della Rand Corporation, Roman Kolkowicz esaminò, dal punto di vista politico predominante nei servizi di informazione militari, il rapporto tra il partito e l’esercito in URSS; è interessante notare come egli sostenga tutte le tendenze alla professionalità, all’apoliticità, al militarismo e ai privilegi che si erano sviluppati, dagli anni Venti, all’interno dell’Armata Rossa; e, ovviamente, Kolkowicz se la prende con Stalin che aveva represso queste tendenze borghesi e militariste; dopo aver descritto come Stalin aveva definito, negli anni Venti, lo statuto dell’esercito nella società socialista, Kolkowicz scrive: “l’Armata Rossa è uscita da questo processo come un’appendice dell’elitè del partito al potere; si rifiutava agli ufficiali la completa autorità necessaria per esercitare la professione militare; essi erano lasciati in uno stato di incertezza permanente sulla loro carriera; la comunità militare, che tende all’esclusivismo, era mantenuta forzatamente aperta grazie ad un elaborato sistema di controllo e di indottrinamento”; poi, “Stalin intraprese un programma massiccio per assicurare all’esercito sovietico armi, equipaggiamenti e una logistica moderna, ma restava preoccupato a causa di una tendenza dei militari all’elitario e all’esclusivismo, una propensione che si accrebbe con il loro rinnovamento professionale; questa diffidenza divenne così predominante che nel momento in cui si profilò un pericolo di guerra imminente in Europa, Stalin colpì i militari con le purghe di massa del 1937; (…) bloccata da ogni parte dalla polizia segreta, dagli organismi politici e dalle organizzazioni del partito e del Komsomol, la libertà di azioni dei militari era fortemente limitata” (R. Kolkowicz, THE SOVIET MILITARY AND THE COMMUNIST PARTY, Princeton University Press, London, 1967, p. 450); ecco ciò che l’esercito americano “detestava” di più nell’Armata Rossa: la formazione politica (“indottrinamento”) e il controllo politico (attraverso gli organi politici, attraverso il partito e il Komsomol, attraverso i servizi segreti); in compenso, l’esercito americano vedeva di buon occhio le tendenze all’autonomia e ai privilegi degli ufficiali superiori (“l’elitario”) e il militarismo (“l’esclusivismo”); le purghe furono considerate da Kolkowicz come una tappa nella lotta del partito, diretta da Stalin, contro le tendenza “professionistiche” e bonapartiste degli ufficiali superiori; queste correnti borghesi non poterono imporsi che dopo la morte di Stalin: “con la morte di Stalin e la divisione in seno alla direzione del partito che ne seguì, si erano indeboliti i meccanismi di controllo e gli interessi e i valori dei militari si espressero apertamente; larghi settori dell’esercito trovarono il loro portavoce nella persona del maresciallo Zukov; Zukov riuscì a sbarazzare l’élite militare dal controllo invadente degli organismi politici; introdusse una ferrea disciplina e la separazione dei gradi militari; chiese la riabilitazione dei dirigenti militari epurati e la punizione di coloro che li avevano repressi” (IBIDEM, p. 560); è bene sottolineare che Zukov fu il braccio armato di Chruscev nel periodo dei due suoi colpi di Stato, nel 1953 (l’affare Berija) e nel 1957 (l’affare Molotov-Malenkov-Kaganovic).

Premesso che ho letto tutti gli scritti di Trocky (sia gli scritti di Trocky pubblicati, in italiano, in volume; sia gli scritti di Trocky pubblicati, in italiano, in volume da altri autori; sia gli scritti di Trocky non reperibili in lingua italiana) e degli storici che hanno scritto su Trocky (ossia: opere coeve, letteratura generale), in Trocky non si trova una miniera di elementi preziosissimi per quanto attiene alla questione della transizione al socialismo perchè:

– Trocky si schierò contro il movimento comunista quando era al meglio delle sue forze;

– Trocky metteva in dubbio la possibilità stessa di costruire il socialismo in Russia e in altri paesi in quanto tali, perchè puntava ad una astratta “rivoluzione mondiale”, permanente e ininterrotta, e lottava dunque per azzerare l’esperienza precedente.

Vado poi alla radice: alla radice lessicale; il termine “stalinismo” non ha nessun significato e va sostituito in sede storiografica con “periodo della direzione di Stalin nel VKB”; il VKB e non Stalin era la forza dirigente dell’URSS; che cos’è infatti lo stalinismo? : è il comunismo, il marxismo-leninismo; distinguere lo stalinismo dal comunismo è il primo passo per distruggere o sterilizzare ad uso e consumo della borghesia il “comunismo”, cosa che Kruschev realizzò effettivamente con il XX congresso, rompendo la continuità storica e la memoria collettiva del movimento comunista; il comunismo, come dottrina politica, è la teoria e la pratica della rivoluzione proletaria, cioè della dittatura del proletariato contro la borghesia e l’imperialismo, per l’edificazione del socialismo e del comunismo; lo stalinismo è fallito? ; la scomparsa dell’URSS lo dimostra? : in questa rappresentazione mitologica della storia si dimentica il XX congresso, vero punto di rottura della storia politica dell’URSS e il trionfo nefasto del revisionismo a livello internazionale; d’altra parte si potrebbe agevolmente rovesciare il discorso e dire: il trotzkismo, dopo il 1991, scomparsa l’URSS e cessata la persecuzione contro gli eretici, aveva campo libero in Russia (a prescindere dagli altri paesi dell’Est) per praticare la “rivoluzione permanente” o una “rivoluzione antiautocratica” (come si leggeva all’epoca nei documenti del Segretariato Unificato della IV Internazionale) : invece cosa ha fatto? è diventato una massa di manovra e un alleato dell’Occidente, al soldo della NATO e della CIA, cioè “spazzatura reazionaria” per aprire completamente le porte alla restaurazione del capitalismo; i trozkisti sono condannati, questo è il punto, a liquidare la maggior parte del patrimonio storico del movimento comunista rendendosi così incapaci di analizzarne le vicende, i successi e le sconfitte, onde ricostruire il paradigma della teoria rivoluzionaria, dell’unica teoria rivoluzionaria che il Novecento lascia in eredità ai comunisti e di cui i comunisti devono riappropriarsi per rigorizzarne la struttura e l’impianto analitico, il marxismo-leninismo, per attendere al compito principale: la ripresa strategica del movimento comunista a livello internazionale e la ricostruzione del Partito Comunista; penso dunque sia necessario, sulla base di un’analisi coraggiosa, trarre tutte le conclusioni dalle premesse certe e rinunciare a certi “maestri politici”.

Fonte : https://paginerosse.wordpress.com


Stalin : Trotzkismo o Leninismo?


Pubblichiamo l'ultima parte del discorso di Stalin alla riunione plenaria del gruppo comunista del Consiglio Centrale dei sindacati dell'Unione Sovietica pubblicato sulla Pravda il 26 Novembre 1924.
La redazione di Aurora proletaria



Trotzkismo o leninismo?
Abbiamo parlato in precedenza delle leggende contro il partito e su Lenin, diffuse da Trotzki e dai suoi seguaci in relazione all'Ottobre e alla sua preparazione. Abbiamo smascherato e confutato queste leggende. Ma ci si chiede: perché ha avuto bisogno Trotzki di tutte queste leggende sull'Ottobre e sulla preparazione dell'Ottobre, su Lenin e sul partito di Lenin? A che cosa dovevano servire i nuovi scritti di Trotzki contro il partito? Dov'è il senso, lo scopo di questi scritti, ora che il partito non intende fare delle discussioni, ora che il partito è sovraccarico di compiti improrogabili, ora che il partito ha bisogno di un lavoro concorde per la ricostruzione dell'economia, e non di una nuova lotta su vecchie questioni? Che bisogno aveva Trotzki di spingere il partito indietro, verso nuove discussioni?

Trotzki assicura che tutto ciò è necessario per "studiare" l'Ottobre. Ma è possibile che non si possa studiare l'Ottobre senza sferrare un colpo di più al partito e al suo capo Lenin? Che cosa è questa "storia" dell'Ottobre, se non tutto un tentativo di menomare il prestigio del principale artefice dell'insurrezione d'Ottobre, del partito che organizzò e attuò quest'insurrezione? No, qui non si tratta di studiare l'Ottobre. Così non si studia l'Ottobre. Così non si scrive la storia dell'Ottobre. E' evidente che qui l'intenzione è un'altra. E questa "intenzione", secondo tutti i dati, consiste nel fatto che Trotzki nelle sue esternazioni letterarie compie un altro (ennesimo!) tentativo di preparare il terreno per sostituire il trotzkismo al leninismo. Trotzki "è preso alla gola" dal bisogno di denigrare il partito e i suoi quadri che attuarono l'insurrezione, per poi passare dalla denigrazione del partito alla denigrazione del leninismo. La denigrazione del leninismo, a sua volta, è necessaria per gabellare il trotzkismo come l' "unica" ideologia "proletaria" (non è uno scherzo!). Tutto questo, naturalmente (ci mancherebe altro!) sotto la insegna del leninismo, affinché la sostituzione avvenga nel modo "più indolore possibile".

In questo sta l'essenza delle ultime esternazioni letterarie di Trotzki.

Perciò queste esternazioni di Trotzki pongono in modo acutissimo la questione del trotzkismo. Che cos'è il trotzkismo?

Il trotzkismo ha tre peculiarità, che lo pongono in contraddizione inconciliabile con il leninismo.

Quali sono queste peculiarità?
In primo luogo. Il trotzkismo è la teoria della rivoluzione "permanente". E che cosa è la rivoluzione permanente nella concezione trotzkista? E' la rivoluzione che non tiene conto dei contadini poveri quale forza rivoluzionaria. La rivoluzione "permanente" di Trotzki vuol dire, come dice Lenin, "scavalcare" il movimento contadino, "giocare alla presa del potere". Che pericolo essa racchiude? Il pericolo che una simile rivoluzione, se ci si provasse a realizzarla, finirebbe con un immancabile fallimento, poiché essa staccherebbe dal proletariato russo il suo alleato, cioè i contadini poveri. Questo, appunto, spiega la lotta che il leninismo conduce contro il trotzkismo sin dal 1905.

Come valuta Trotzki il leninismo dal punto di vista di questa lotta? Egli lo considera come una teoria che contiene in sé dei "tratti antirivoluzionari". Su che cosa è fondato un giudizio tanto rabbioso sul leninismo? Sul fatto che il leninismo ha difeso e ha saputo imporre a suo tempo l'idea della dittatura del proletariato e dei contadini.

Ma Trotzki non si limita a questo giudizio rabbioso. Egli va ben oltre, affermando che "l'intero edificio del leninismo è attualmente costruito sulla menzogna e la falsificazione e porta in sé il germe avvelenato della propria decomposizione" (vedi la lettera di Trotzki a Ckheidze, 1913). Come vedete, abbiamo a che fare con due linee opposte.
In secondo luogo. Il trotzkismo è la mancanza di fiducia nello spirito del partito bolscevico, nel suo carattere monolitico, nella sua ostilità verso gli elementi opportunisti. Il trotzkismo in campo organizzativo è la teoria della convivenza dei rivoluzionari con gli opportunisti, con i loro gruppi e gruppetti, in seno ad un unico partito. Voi certo conoscete la storia del blocco di agosto di Trotzki, in cui collaborarono felicemente i seguaci di Martov e gli otzovisti, i liquidatori e i trotzkisti, facendosi passare per un "vero" partito. Come è noto questo "partito" mosaico perseguiva lo scopo di distruggere il partito bolscevico. In che cosa consistevano all'epoca “i nostri dissensi"? Nel fatto che il leninismo vedeva nella distruzione del blocco di agosto la garanzia dello sviluppo del partito proletario, mentre il trotzkismo vedeva in questo blocco la base per la creazione di un "vero" partito.

Di nuovo, come vedete, due linee opposte. In terzo luogo. Il trotzkismo è la sfiducia verso i capi bolscevichi, il tentativo di screditarli, di denigrarli. Non conosco nessuna corrente nel partito che possa competere col trotzkismo in fatto di diffamazione dei dirigenti del leninismo o degli organismi centrali del partito. Che dire, per esempio, del "lusinghiero" giudizio di Trotzki su Lenin, da lui caratterizzato come "sfruttatore di professione di ogni arretratezza nel movimento operaio russo" (vedi ivi). Eppure questo non è ancora il giudizio più "lusinghiero" tra tutti i giudizi "lusinghieri" di Trotzki.
Come è potuto accadere che Trotzki, il quale ha sulle spalle un fardello tanto sgradevole, si sia ciò nondimeno trovato nelle file dei bolscevichi durante il movimento di Ottobre? Ciò è accaduto perché Trotzki aveva allora rinunciato (rinunciato di fatto) al suo fardello, lo aveva nascosto in un armadio. Senza questa "operazione" una collaborazione seria con Trotzki sarebbe stata impossibile. La teoria del blocco di agosto, cioè la teoria dell'unità con i menscevichi era già stata sbaragliata e liquidata dalla rivoluzione, poiché di quale unità si poteva parlare, se c'era la lotta armata tra i bolscevichi e i menscevichi? A Trotzki non rimase altro che riconoscere che la sua teoria non serviva a niente.

Con la teoria della rivoluzione permanente "accadde" la stessa storia sgradevole, perchè a nessuno dei bolscevichi passò per la mente di poter conquistare immediatamente il potere all'indomani della rivoluzione di febbraio, e Trotzki non poteva ignorare che i bolscevichi non gli avrebbero permesso di "giocare alla presa del potere", per dirla con le parole di Lenin. A Trotzki non rimase che accettare la politica dei bolscevichi: lotta per l'influenza nei Soviet, lotta per la conquista dei contadini. Quanto alla terza particolarità del trotzkismo (mancanza di fiducia verso i capi bolscevichi), essa dovette naturalmente passare in secondo piano, dato l'evidente fallimento delle prime due.

Che altro poteva fare Trotzki, in una simile situazione, se non nascondere il suo fardello nell'armadio e seguire i bolscevichi, egli che non aveva dietro di sé nessun gruppo anche minimamente serio e che arrivava dai bolscevichi come singola personalità, priva di esercito? Chiaramente non poteva fare altro!

Quale lezione bisogna trarne? La lezione è una sola: la collaborazione durevole dei leninisti con Trotzki è possibile soltanto a condizione che questi rinunci completamente al suo vecchio fardello, a condizione che aderisca completamente al leninismo. Trotzki scrive sulle lezioni dell'Ottobre, ma dimentica, che accanto a tutte le altre lezioni, ve n'è un'altra, quella di cui ho parlato or ora, che ha un'importanza essenziale per il trotzkismo. Sarebbe bene che il trotzkismo tenesse conto anche di questa lezione dell'Ottobre.

Come si può constatare, però, questa lezione non ha giovato al trotzkismo. Il fatto è che il vecchio fardello del trotzkismo, nascosto nell'armadio nei giorni del movimento di Ottobre, viene ora di nuovo tirato fuori nella speranza di poterlo smerciare, visto che il nostro mercato si sta allargando. Non c'è è dubbio che le recenti esternazioni letterarie di Trotzki rappresentano il tentativo di ritornare al trotzkismo, di "superare" il leninismo e far passare di soppiatto e diffondere tutte le peculiarità del Trotzkismo. Il nuovo trotzkismo non è la semplice ripetizione del vecchio, esso è abbastanza spennato e logoro, molto più mite nello spirito e moderato nella forma, ma ne conserva in sostanza, indubbiamente, tutte le peculiarità. Il nuovo trotzkismo non si azzarda a prender posizione, come forza militante, contro il leninismo; preferisce operare sotto l'insegna comune del leninismo, e agire con la parola d'ordine dell'interpretazione e del perfezionamento del leninismo. Questo perché è debole. Non si può ritenere casuale il fatto che l'entrata in scena del nuovo trotzkismo abbia coinciso con la scomparsa di Lenin. Con Lenin in vita Trotzki non si sarebbe azzardato a questo passo rischioso.
Quali sono i tratti caratteristici del nuovo trotzkismo?

1) Sulla rivoluzione "permanente". Il nuovo trotzkismo non ritiene necessario difendere a viso aperto la teoria della rivoluzione "permanente". Esso stabilisce "semplicemente" che la Rivoluzione d'Ottobre ha del tutto confermato l'idea della rivoluzione "permanente". E ne trae la seguente conclusione: del leninismo è importante e accettabile ciò che è stato attuato dopo la guerra nel periodo della Rivoluzione d'Ottobre, e, al contrario, è sbagliato e inaccettabile ciò che è stato attuato prima della guerra, prima della Rivoluzione d'Ottobre. Di qui la teoria dei trotzkisti che scinde in due parti il leninismo: in leninismo anteguerra, leninismo "vecchio", "non valido", con la sua idea della dittatura del proletariato e dei contadini, e leninismo nuovo, del dopoguerra, dell'Ottobre, che si conta di poter adattare alle esigenze del trotzkismo. Questa teoria che scinde in due parti il leninismo è necessaria al trotzkismo come primo passo, più o meno "accettabile", che deve poi facilitargli i passi successivi nella lotta contro il leninismo.

Ma il leninismo non è una teoria eclettica, composta di vari elementi incollati insieme, che ammetta la possibilità di essere scissa. Il leninismo, sorto nel 1903, è una teoria che forma un tutto organico, che è passata attraverso le prove di tre rivoluzioni e ora marcia in avanti come bandiera di combattimento del proletariato mondiale.
"Il bolscevismo - dice Lenin - come corrente del pensiero politico e come partito politico esiste dal 1903. Soltanto una storia del bolscevismo che abbracci tutto il periodo della sua esistenza, può spiegare in maniera soddisfacente perché esso abbia potuto forgiare e mantenere, nelle più difficili circostanze, la ferrea disciplina che è necessaria per la vittoria del proletariato" (vedi vol. XXV, p. 174).
Bolscevismo e leninismo sono una cosa sola. Sono due denominazioni dello stesso oggetto. Perciò la teoria della scissione del leninismo in due parti è la teoria della distruzione del leninismo, la teoria della sostituzione del leninismo col trotzkismo.

Inutile dire che il partito non può accettare questa strana teoria.

2) Sullo spirito di partito. Il vecchio trotzkismo cercava di insidiare lo spirito bolscevico di partito mediante la teoria (e la pratica) dell'unità coi menscevichi. Ma questa teoria è naufragata in modo così vergognoso, che ora non se ne vuole nemmeno più sentir parlare. Per insidiare lo spirito di partito, il trotzkismo attuale ha inventato una nuova teoria, meno clamorosa e quasi "democratica": la contrapposizione dei vecchi quadri ai giovani membri del partito. Per il trotzkismo non esiste una storia unica e organica del nostro partito. Il trotzkismo divide la storia del nostro partito in due parti non equivalenti, quella ante-ottobre e quella post-ottobre. La parte ante-ottobre della storia del nostro partito è in fondo, non la storia, ma la "preistoria", un periodo senza importanza, o, in ogni caso, di non grande importanza, il periodo preparatorio del nostro partito. Invece la parte post-ottobre è quella vera, l'autentica storia. Là, i "vecchi" quadri "preistorici", poco importanti per il nostro partito; qui, il nuovo, il vero partito "storico". Ritengo superfluo dimostrare che questo originale schema della storia del partito è uno schema che mira a spezzare l'unità fra i vecchi e i nuovi quadri del nostro partito, a distruggere lo spirito di partito bolscevico.

Inutile dire che il partito non può accettare questo strano schema.

3) Sui dirigenti bolscevichi. Il vecchio trotzkismo cercava più o meno apertamente di menomare il prestigio di Lenin, senza temere le conseguenze. Il nuovo trotzkismo agisce con maggior più prudenza. Cerca di fare quel che faceva il vecchio trotzkismo, presentandosi però come esaltazione e incensamento di Lenin. Credo valga la pena di citare alcuni esempi.

Il partito conosce Lenin come un rivoluzionario inflessibile. Ma sa pure che Lenin era prudente, non amava gli esaltati e non di rado fermò, con mano decisa, coloro che si lasciavano trascinare ad atti di terrorismo, tra cui anche lo stesso Trotzki. Trotzki tocca questo tema nel suo libro “Su Lenin”. Ma dalle sue parole risulterebbe che Lenin non faceva altro che "inculcare ad ogni occasione propizia l'idea dell'inevitabilità del terrorismo". Si crea così l'impressione che Lenin fosse il più sanguinario di tutti i sanguinari bolscevichi.

Che bisogno ha avuto Trotzki di caricare le tinte in questo modo inutile e non giustificato?

Il partito conosce Lenin come un militante esemplare, che non amava prendere decisioni da solo, senza un collegio di dirigenti, di colpo, senza accurati sondaggi e controlli. Trotzki tratta nel suo libro anche questo aspetto della questione. Però ne vien fuori non Lenin, ma una specie di mandarino cinese, che prende le decisioni più importanti nella quiete del suo studio, per ispirazione.

Volete sapere come sarebbe stata decisa dal nostro partito la questione dello scioglimento dell'Assemblea costituente?
Ascoltate Trotzki:
“ 'Bisogna certo, sciogliere l'Assemblea costituente - diceva Lenin - ma che faranno i socialisti-rivoluzionari di sinistra?' Fummo, però, molto tranquillizzati dal vecchio Natanson. Egli venne da noi per 'consigliarsi' e le sue prime parole furono: 'Bisognerà usare la forza per sciogliere l'Assemblea costituente'. 'Giusto!' - esclamò Lenin – 'Le cose stanno proprio così! Ma i vostri saranno d'accordo?' 'Alcuni dei nostri esitano, penso però che in fin dei conti acconsentiranno' - rispose Natanson ".
Ecco come viene scritta la storia. Volete sapere come il partito avrebbe risolto la questione del Consiglio militari supremo? Ascoltate Trotzki:
" 'Senza militari seri ed esperti non ce la faremo ad uscire da questo caos' - dicevo a Vladimir Ilic ogni volta che tornavo dallo stato maggiore'. 'Mi sembra giusto. Purchè non tradiscano ....' 'Affianchiamo a ciascunodi loro un commissario'. 'Meglio ancora due' - esclamò Lenin - 'e di quelli energici. Non è possibile che non ci siano tra noi dei comunisti con i giusti attributi'. Così formammo il supremo Consiglio militare supremo ".
Ecco come Trotzki scrive la storia. Che bisogno aveva Trotzki di queste fiabe orientali che mettono in cattiva luce Lenin? Per esaltare il capo del partito V. I. Lenin? Non mi pare che sia così. Il partito conosce Lenin come il più grande marxista del nostro tempo, come teorico profondo e rivoluzionario di grande esperienza, cui non si potrebbe attribuire neanche l'ombra del blanquismo. Trotzki parla nel suo libro anche di questo aspetto della questione. Ma dal ritratto che ne fa esce fuori non il gigante Lenin, ma un nano blanquista, che nelle giornate di Ottobre consiglia al partito di "prendere il potere di propria iniziativa, senza curarsi del Soviet e alle sue sue spalle". Ma ho già avuto modo di dire che questo ritratto non corrisponde minimamente alla realtà.

Che bisogno aveva Trotzki di questa scandalosa... inesattezza? Non vi è forse qui un tentativo di denigrare "un pochino" Lenin?

Questi sono i tratti caratteristici del nuovo trotzkismo.

Quale pericolo comporta il nuovo trotzkismo? Il fatto è che il trotzkismo, per tutte le sue intrinseche caratteristiche ha ottime possibilità di diventare il centro e il punto di raccolta degli elementi non proletari, che aspirano a indebolire e disgregare la dittatura del proletariato.

E allora - chiederete voi - quali sono i compiti immediati del partito di fronte alle nuove esternazioni letterarie di Trotzki?

Il trotzkismo opera adesso per menomare il prestigio del bolscevismo e scalzarne le basi. Compito del partito è sotterrare il trotzkismo in quanto corrente ideologica.

Si parla di rappresaglie contro l'opposizione e di possibilità di scissione. Sono sciocchezze, compagni. Il nostro partito è forte, è possente. Non consentirà nessuna scissione. Quanto alle rappresaglie, io sono decisamente contrario. In questo momento non ci occorrono rappresaglie, bensì una vasta lotta ideologica contro il rinascente trotzkismo.

Non abbiamo voluto, non abbiamo cercato questa discussione letteraria. Il trotzkismo ce la impone con i suoi scritti antileninisti. Ebbene compagni, siamo pronti.

Pravda, n. 269, 26 novembre 1924




La strage di Katyn una menzogna anticomunista


di Grover Furr


Recenti scoperte presso un sito in cui i tedeschi compirono esecuzioni di massa in Ucraina confutano quello che è uno dei miti fondanti dell'attuale nazionalismo reazionario polacco e ucraino che gli imperialisti euro-americani stanno sfruttando per i loro disegni egemonici

L'affermazione che le truppe sovietiche avrebbero assassinato tra i 14.800 e i 22.000 prigionieri di guerra polacchi in quella che viene chiamata “strage di Katyn” costituisce una delle più grandi falsità storiche del secolo XX. Solo adesso possiamo affermare con sicurezza che in effetti l'accusa mossa ai sovietici è falsa, è una menzogna anticomunista.

Il sito presso Volodymyr-Volyns’kiy fu prescelto per gli scavi perchè gli storici polacchi e ucraini pensavano celasse le vittime di un massacro perpetrato dai sovietici. Gli anticomunisti sono sempre ghiotti di storie di atrocità sovietiche, che utilizzano per giustificare la collaborazione coi nazisti e i massacri compiuti nel corso della seconda guerra mondiale dai nazionalisti polacchi e ucraini, i quali “nazionalisti” sono sempre stati anticomunisti e antisemiti e, quando non aiutavano i tedeschi nelle loro stragi, ne compivano per conto proprio.

E' possibile consultare il testo di Grover Furr in formato pdf al seguente link : Associazione Stalin-Strumenti n.14


Il macabro gioco delle fosse comuni: il Caso di Kirov.
Prove tecniche di rinnovato anti-sovietismo?


SETTEMBRE 19, 2016
Luca Baldelli


La scoperta di una fossa comune nei pressi di Kirov, a 900 kmda Mosca, con resti di soldati italiani, tedeschi, ungheresi e rumeni (ovvero appartenenti ad eserciti alleati nel quadro dell’Asse nazifascista), pare proprio giungere propizia, per i circoli borghesi e reazionari, nel momento in cui la macroscopica bufala di Katyn, pompata da tutta la stampa anticomunista, antisovietica ed antirussa, mostra sempre più crepe. Il lavoro del compianto compagno Viktor Iljukhin, deputato comunista che per primo svelò, alla Duma, le falsificazioni operate sui documenti riguardanti la storia dell’URSS da parte di un gruppo formato da storici, militari e archivisti, ha aperto le porte ad una generale “controrevisione” di versioni su fatti e avvenimenti storici accreditate come insindacabili dopo la caduta del Muro antifascista e antimperialista di Berlino, e dopo l’ammainamento della bandiera rossa dal pennone del Cremlino. Non solo si è aperto uno squarcio di luce prezioso sul periodo staliniano, con il ridimensionamento delle cifre, oltremodo gonfiate, su “repressi” e giustiziati dal 1924 al 1953 in tempo di pace, ma con un’analisi scrupolosa, di natura storiografica e filologica, di prove e documenti, con il coraggio pionieristico e la passione per la verità di autori come Jurij Mukhin, già dagli anni ’90 impegnato nella coraggiosa battaglia per togliere al becero revisionismo l’egemonia sulla trattazione della storia sovietica, si sono potute confutare tesi che per anni e anni, se non decenni, l’establishment politico e culturale anticomunista aveva imposto come dogmi indiscutibili non solo nell’ambito accademico, ma anche presso l’opinione pubblica mondiale, su fatti inerenti la Grande Guerra Patriottica del 1941–45. In questo panorama, i fatti di Katyn non potevano non avere un peso preponderante, all’interno di un salutare processo di “controrevisione” storica volto a dimostrare, con argomenti e prove difficilmente confutabili, le responsabilità nazifasciste nel massacro degli ufficiali polacchi, poi ritrovati e riesumati con diabolico tempismo, dopo la fucilazione, per suscitare sdegno ed esecrazione contro l’URSS, contro laNazione che, dopo aver retto quasi da sola il peso dello scontro con la bestia nazifascista, si apprestava a rincorrerla e schiacciarla oltre i propri confini, fin nella Berlino di nibelungica oscurità avvolta.
Ebbene, oggi anche liberali e democratici senza preconcetti e pregiudizi, grazie a documenti, prove e opere storiografiche serie e rigorose, cominciano se non ad accettare la verità su quei fatti, depurata da tutte le menzogne inventate dalle centrali goebbelsiane della disinformazione prima al servizio del Terzo Reich, poi degli alleati anglo–statunitensi, perlomeno a dubitare e a porsi interrogativi prima nemmeno ipotizzabili. Si rischia di aprire una voragine nel castello di bugie costruite in decenni di dominio culturale della storiografia reazionaria, revanscista e anticomunista. Davanti alle pallottole di Katyn, riconosciute come indubbiamente tedesche e non utilizzabili dall’Armata Rossa; dinanzi alla dimostrazione scientifica e forense che lo stato di conservazione dei cadaveri degli ufficiali era tale da escludere un’esecuzione di massa nelle date indicate dagli accusatori dell’URSS; dinanzi a “documenti ufficiali” palesemente alterati, interpolati o falsificati, simili a patacche dozzinali e maldestre piuttosto che a testimonianze archivistiche, tutta la “leggenda nera” cucita sulla bandiera rossa e la storia dell’URSS rischia di franare miseramente, con le sirene dell’antisovietismo di ritorno costrette a tacere per sempre, in uno scenario da incubo per i falsificatori di professione. E allora, quale migliore escamotage di un bel rinvenimento ad orologeria di fosse comuni con soldati dello schieramento nazifascista, naturalmente uccisi o fatti morire dai “barbari mongoli trinariciuti” dell’Armata Rossa, da sventolare in faccia all’opinione pubblica mondiale come tetri vessilli? Quale migliore “prova”, quale più mortifera “pistola fumante” a sparo differito, per colpire e far centro nel bersaglio psicologico e sentimentale di un gregge belante, che qualcuno aveva osato provare a risvegliare dal torpore gregario con un’iniezione di spirito critico e di sano dubbio? Ecco quindi le fosse di Kirov, cosparse di pestilenziale acqua dal satanico aspersorio della menzogna! Ecco un rinnovato poltergeist storico e politico, tale da far tremare le mura dei palazzi coi suoi ululati e le sue scosse! Ecco l’operazione di rimozione della verità, avviata con tempismo e rivoltante sfrontatezza: non una parola sulla tragica impreparazione dei militari italiani, mandati a combattere e a morire da Mussolini con indumenti leggeri nella terra fredda per antonomasia, con le armi benedette dai preti; non una parola sui crimini di invasori che hanno lasciato in terra sovietica 20 milioni di morti e feriti; non un cenno ai 4/5 milioni di sovietici periti nei lager nazifascisti; non una timida allusione al fatto che i soldati dell’Asse arrivavano da prigionieri nei campi di concentramento sovietici, allestiti in gran parte dopo la controffensiva di Stalingrado, già in condizioni fisiche e psichiche disperate, abbandonati in primis dai loro comandanti e dai loro cinici calcoli, costretti a vagare per giorni e giorni alla ricerca di cibo e di un tetto ancora in piedi, tra i tanti abbattuti dalle cannonate hitleriane. Niente di tutto ciò! Le campane debbono suonare unicamente le note dell’esecrazione verso l’URSS infame, che ha fatto morire senza pietà i soldati che avevano invaso ed occupato il suo territorio!
In questa sinfonia martellante di menzogne e montature, tutto ciò che è storia vera deve cadere nell’oblio: l’esperienza delle scuole antifasciste attivate dai sovietici per i soldati prigionieri, specie italiani e tedeschi, con la collaborazione di militanti comunisti della prima ora come Edoardo D’Onofrio; le cure gratuite dispensate dal personale sanitario sovietico, pur nelle tremende condizioni di vita imposte dalla guerra provocata dai nazifascisti, ai soldati dell’Asse, con dedizione e scrupolo, mentre milioni di sovietici perivano come cavie o come bestie da macello nei lager del “Grande Reich”; il sacrificio di migliaia e migliaia di famiglie sovietiche che si privavano dell’essenziale per sfamare i soldati nemici sbandati, con spirito umanitario eccezionale, impareggiabile; l’impegno sovietico per garantire, nel corso di tutti gli anni ’50, la regolarità dei rimpatri degli ex-soldati dell’Asse, specie italiani; le bugie diffuse dai fascisti e dai loro protettori sul reale numero di prigionieri, sulla loro sorte, smascherate più e più volte negli anni ’50–’60; i documenti falsi circolati anche in Russia, dopo il 1991, su questo capitolo di storia. Questi si chiamano fatti, e nessuna memorialistica, per quanto insidiosa, per quanto tendente a far tabula rasa di ogni verità, potrà mai cancellarli. Se questi sono i fatti, sulle riesumazioni di Kirov bisogna parlare chiaro e senza paura: quei soldati, molti dei quali, la gran parte, costretti a partire per un’avventura bellica disperata, criminale e vigliacca, sono morti non per mano dei sovietici, ma per colpa degli assassini che li avevano sbattuti in un teatro di guerra feroce e spietato, contro un popolo pacifico ma determinato al massimo nella difesa della Patria, minacciata di distruzione, e delle sue conquiste, irrinunciabili perché fatte di uguaglianza, libertà, emancipazione.
Nei campi per prigionieri allestiti dai sovietici, i soldati dell’Asse arrivavano, come abbiamo prima accennato, già moribondi, sfiniti, sfibrati, visto il carattere cruento delle battaglie, la disorganizzazione dei vettovagliamenti e dei mezzi di locomozione, il tradimento dei generali e dei colonnelli (tutti sopravvissuti all’immane conflitto, tra l’altro, ma sempre pronti, con la bava alla bocca, a scrivere nel dopoguerra opere di “memorialistica” anticomunista e antisovietica). Paradossalmente, se non vi fossero stati quei campi, nessuno sarebbe ragionevolmente sopravvissuto. Non è però solo la giusta narrazione del contesto, dello scenario passato, che va messa al centro del dibattito e della confutazione della montatura revisionista. C’è altresì da chiedersi, spingendo il dubbio fino all’iperbole alla luce di episodi avvenuti negli anni ’80, quanto vi sia di vero proprio nelle riesumazioni in sé, nelle modalità con le quali sono stati ritrovati i resti dei militari. Come per Katyn, anche in questo caso la “puzza di bruciato” si avverte a distanza. Nel 1987, la stampa sovietica dava notizia del ritrovamento di prove inconfutabili circa la fucilazione di soldati italiani a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, per mano dei nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Iniziava subito un battage propagandistico per negare ogni crisma di verità a quei documenti, ma le testimonianze di ex-combattenti, perfino di generali (si pensi al generale Ricchezza, che chiese di essere ascoltato dalla Commissione del Ministero della Difesa italiano) corroboravano le argomentazioni delle autorità sovietiche. Migliaia di militari italiani, rastrellati nei Balcani o in Europa, erano stati fucilati e buttati nelle fosse comuni ucraine perché non ne avevano voluto sapere di tornare a combattere col Reich. Le menzogne anticomuniste ed antisovietiche su Katyn, oggi sempre più screditate e smentite, o riaffermate solo per convenienza politica da qualcuno, venivano riesumate dall’armamentario di Goebbels proprio in quel periodo, anche per coprire i fatti di Leopoli. L’Internazionale nera, arricchita dei colori blu dell’atlantismo, bianco del clericalismo vaticano, rosa dei rinnegati di sinistra, dalla tavolozza del falso si proietta sempre sulla tela dell’inganno con gli stessi metodi e con lo stesso tempismo: ovvero, ogni volta che bisogna coprire verità scomode emergenti, o impedire lo smottamento di imposture sbugiardate. Ad un documento vero si risponde con uno inventato ad arte; a vere responsabilità criminali nazifasciste e imperialiste, si oppongono improbabili responsabilità del campo sovietico, inquinando o decontestualizzando, scambiando i deceduti per cause fisiologiche legate al contesto bellico, con i fucilati e i massacrati in spregio ad ogni legge di guerra. Ora, è vero che Kirov, rispetto a Katyn, si trova in una zona fuori dalle operazioni belliche della Grande Guerra Patriottica e mai cadde in mano nazista; pertanto, sembra ardito ipotizzare un’operazione di falsificazione totale. Tuttavia, se è vero che, come hanno ampiamente dimostrato Iljukhin, Mukhin e altri ancora, timbri fasulli e vari ammennicoli da laboratorio alchemico della falsificazione son serviti a storici ed archivisti di obbedienza gorbacioviana e eltsiniana per fabbricare patacche sulla storia del periodo staliniano, delle “purghe” e della Grande Guerra Patriottica, perché non pensare che, anche attorno a cadaveri che vengono ancora una volta riscoperti e strumentalizzati ad “orologeria”, non vi sia un sottile, insidioso gioco improntato, come sempre, alle tonalità del macabro? A Timisoara, nel 1989, dei deceduti per cause naturali furono additati al mondo come vittime del fantomatico massacro compiuto dalla Securitate. Anche in quel caso, la bravura di alcuni giornalisti d’inchiesta, veri e propri reporter d’assalto, smascherò la montatura… A Kirov, sta andando forse in scena lo stesso copione? E se ci trovassimo, invece che dinanzi a resti di soldati deceduti da prigionieri, peraltro per cause non imputabili all’URSS, bensì all’occupante nazifascista, alle ceneri di militari o civili, travestiti da militari, uccisi come a Leopoli, poi portate lontano per centinaia di chilometri, in uno scenario ben congegnato da menti raffinatissime, per rendere più credibile l’esistenza di “vittime dell’NKVD”? Si spiegherebbe così il clamore dei revisionisti per foto aeree, vere o presunte, attestanti l’assenza di fosse comuni piene di cadaveri sui luoghi di tremendi massacri nazifascisti, narrati in decine e decine di libri, come Babi Jar, ad esempio. Ipotesi? Sì, ipotesi, ma è anche da queste che si deve partire, per contrastare le menzogne anticomuniste ed antisovietiche e per ribadire un’elementare verità: la storia non è la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere, ma è l’arena nella quale gli sfruttati combattono gli sfruttatori, i nemici dell’umanità, i tiranni e gli assassini. Ieri a Stalingrado, Leningrado e in mille altri fronti; oggi in Siria e lungo i tanti meridiani del globo.
In questo quadro, la difesa dell’eredità storica sovietica non è un’esercitazione da cimelio museale, ma un’attualissima necessità, per i comunisti, i democratici, i progressisti veri. La memoria di ciò che è stato glorioso per il movimento operaio, di ciò che ha contribuito al suo avanzamento, è sempre e costantemente sotto attacco da parte di chi vuol far tornare indietro le lancette della storia e sa che, per far ciò, occorre in primis distruggere riferimenti ed esempi che parlano all’oggi più di quanto non ci raccontino il passato. Mai dimenticare questo!

Riferimenti:

Jacek Wilczur: “Le tombe dell’ARMIR” (Arnoldo Mondadori Editore, 1967)

AA.VV: “L’URSS nella Seconda Guerra Mondiale” (Edizioni CEI, 1966)

Jurij Mukhin: “Katinskij detektiv” (Svetoton, 1995)

Associazione Stalin: “La strage di Katyn, una menzogna anticomunista”

Grover Furr (tradotto da Guido Fontana Ros): “La versione ufficiale del massacro di Katyn confutata?” Noicomunisti.

Fonte : SitoAurora





Gramsci bolscevico


articolo pubblicato sul n° 29 della rivista Unidad y Lucha (edizione in lingua spagnola) ,organo della Conferenza Internazionale dei Partiti e Organizzazioni Marxiste Leniniste (CIPOML)
fonte : https://paginerosse.wordpress.com/



Una delle più grossolane trivialità diffuse su Antonio Gramsci dai politicanti opportunisti e dagli intellettuali borghesi, è la presunta lontananza, o addirittura il contrasto, fra le sue posizioni e quelle sostenute da Lenin e Stalin, di conseguenza la vicinanza con le idee di Trotsky.
La leggenda ha origini remote e ben orchestrate. Cominciò “Il Messaggero” fascista, che il 12 maggio 1937 annunciando la morte di Gramsci parlò in modo tanto ignorante quanto vigliacco della “sua fedeltà a Trotsky”.
Successivamente, negli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo il “trotskismo” di Gramsci fu il pane quotidiano degli imbroglioni revisionisti che in tal modo costruivano l’indegna mitologia dell’estraneità o addirittura dell’avversione fra il “buono” Gramsci e “il cattivo” Stalin.
In realtà, dall’esame dei testi emerge esattamente l’opposto, cioè una coincidenza con le posizioni bolsceviche e una netta critica delle posizioni trotzkiste e degli altri oppositori di Stalin. Lasciamo dunque la parola a Gramsci.

Nell’attività di dirigente e segretario del Partito comunista d’Italia Nel 1924 Gramsci, nel suo intervento alla “Conferenza di Como”, per la prima volta tracciò un parallelo fra Trotsky e Bordiga (che pure avevano divergenze fra di loro), criticando entrambi:
“L’atteggiamento di Trotskij in un primo periodo può essere paragonato a quello attuale del compagno Bordiga. Trotskij, pur partecipando “disciplinatamente” ai lavori del Partito, aveva col suo atteggiamento di opposizione passiva – simile a quello di Bordiga – creato un senso di malessere in tutto il partito il quale non poteva non avere sentore di questa situazione. […] Ciò dimostra che una opposizione – anche se mantenuta nei limiti di una disciplina formale – da parte di spiccate personalità del movimento operaio, può non solo impedire lo sviluppo della situazione rivoluzionaria ma può mettere in pericolo le stesse conquiste della Rivoluzione” (Gramsci, La costruzione del Partito comunista. 1923-1926, Einaudi, Torino, 1971).
L’anno successivo, Gramsci proseguendo la lotta per la bolscevizzazione del Partito, affermò che le posizioni di Trotsky sul “supercapitalismo americano” erano pericolose e da respingere perché “rinviando la rivoluzione a tempo indeterminato sposterebbero tutta la tattica dell’Internazionale comunista […] e sposterebbero pure la tattica dello Stato russo, poiché se si rimanda la rivoluzione europea per un’intera fase storica, se, cioè, la classe operaia russa non potrà, per un lungo periodo di tempo, contare sull’appoggio del proletariato di altri paesi, è evidente che la rivoluzione russa deve modificarsi” (dal Verbale della relazione di Gramsci al Comitato centrale del Partito comunista d’Italia del 6 febbraio 1925).
Gramsci fu sempre consapevole dell’importanza della lotta alle deviazioni dal leninismo e al frazionismo. Perciò nello stessa relazione dichiarò: “Nella mozione si dovrebbe, inoltre, dire come le concezioni di Trotskij e soprattutto il suo atteggiamento rappresentano un pericolo, in quanto la mancanza di unità nel partito in un paese in cui vi è un solo partito, scinde lo Stato. Ciò produce un movimento controrivoluzionario […] Dalla questione Trotskij si dovrebbero, infine, dedurre degli insegnamenti per il nostro partito. Trotskij, prima degli ultimi provvedimenti, si trovava nella posizione in cui attualmente si trova Bordiga nel nostro partito: egli aveva nel Comitato centrale una parte puramente figurativa. La sua posizione costituiva uno stato tendenziale di frazione, così come l’atteggiamento di Bordiga mantiene nel nostro partito una situazione frazionistica obbiettiva. […] L’atteggiamento di Bordiga, come fu quello di Trotskij, ha delle ripercussioni disastrose”(ibid.).
Sempre nel 1925, in occasione del V Plenum dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale, la delegazione italiana, guidata da Gramsci, si schierò senza riserve a favore delle posizioni di Stalin riguardo la critica a Trotsky.
Per Gramsci la scelta della costruzione del socialismo in URSS, nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico, era perfettamente aderente alle necessità di un periodo caratterizzato dalla relativa stabilizzazione capitalista e dal rallentamento dell’ondata rivoluzionaria.
Di qui l’intransigente critica a Trotsky, alla sua strategia della “rivoluzione permanente”, che riteneva sbagliata, semplicistica, insufficiente, e la sua convinta adesione alla strategia e alla politica del gruppo dirigente bolscevico, che ribadirà, come vedremo nei Quaderni del carcere.
In Gramsci è stata sempre presente la preoccupazione per la coesione del Partito russo di cui aveva bisogno il proletariato, a livello nazionale ed internazionale.
In quegli anni, in cui le divergenze fra il partito sovietico e il blocco trotskista e zinovievista erano divenute programmatiche, Gramsci mise più volte in guardia sui rischi di disgregazione su cui la borghesia internazionale avrebbe certamente fatto leva per abbattere il potere proletario in Russia.
A proposito della lotta intrapresa dal CC del PCR (b) contro il blocco delle opposizioni di Trotsky, Zinoviev e Kamenev, Gramsci scrisse: “Una quistione infatti è preminente nei provvedimenti presi collettivamente dal Comitato Centrale e dalla Commissione di Controllo del Partito comunista dell’U.R.S.S.: la difesa dell’unità organizzativa del Partito stesso. E’ evidente che su questo terreno non sono possibili né concessioni né compromessi di sorta, chiunque sia l’iniziatore del lavoro di disgregazione del partito, di qualsiasi natura e ampiezza siano i suoi meriti passati, qualunque sia la posizione che ha a capo dell’organizzazione comunista […] Perciò anche noi riteniamo che tutta la Internazionale debba stringersi solidamente intorno al Comitato Centrale del Partito Comunista dell’URSS per approvarne l’energia, il rigore e lo spirito di decisione nel colpire implacabilmente chiunque attenti all’unita del Partito” (Provvedimenti del C.C. del P.C. dell’U.R.S.S. in difesa dell’unità del Partito e contro il lavoro frazionistico, in “l’Unità”, 27 luglio 1926).
Dalla stessa preoccupazione per l’unità organizzativa ed ideologica del Partito sovietico, e le sue ripercussioni interne e internazionali (in particolare per la lotta che si stava conducendo in Italia per lo sviluppo del Partito), è ispirata la famosa “Lettera al Comitato Centrale del Partito comunista sovietico” dell’ottobre 1926 (pubblicata in: Gramsci, Scritti politici, III, Editori Riuniti, 1973). In questa lettera Gramsci intervenne, a nome dell’Ufficio politico del Partito comunista d’Italia, nel duro scontro politico che si stava sviluppando in URSS fra il gruppo dirigente bolscevico e l’opposizione trotskista-zinovievista, dichiarando “fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del Partito comunista dell’URSS” guidato da Stalin.
Malgrado Gramsci fosse solo parzialmente informato sulla situazione russa, il suo schieramento con la maggioranza leninista sui contenuti della lotta in atto fu netto e inequivocabile. L’accusa di sostanza al blocco frazionista delle opposizioni è durissima e motivata da una ragione di principio che Gramsci precisò in termini molto chiari: “Ripetiamo che ci impressiona il fatto che l’atteggiamento del blocco delle opposizioni [cioè Zinoviev, Kamenev e Trotzky] investa tutta la linea del comitato centrale, toccando il cuore stesso della dottrina leninista e dell’azione del nostro partito dell’Unione. E’ il principio e la pratica dell’egemonia del proletariato che vengono posti in discussione, sono i rapporti fondamentali di alleanza tra operai e contadini che vengono turbati e messi in pericolo, cioè i pilastri dello Stato operaio e della Rivoluzione”.
Da convinto sostenitore dei principi leninisti, Gramsci nella stessa lettera criticò a fondo “la radice degli errori del blocco delle opposizioni e l’origine dei pericoli latenti che nella sua attività sono contenuti” identificandola in quella “tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo, che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi in classe dirigente”. Si tratta di una presa di posizione che Gramsci rafforzò ulteriormente nella successiva “Lettera a Togliatti” del 26 ottobre 1926, nella quale, riflettendo sulla lentezza del processo di bolscevizzazione dei partiti occidentali, scrisse: “La discussione russa e l’ideologia delle opposizioni gioca in questo arresto e ritardo un uffizio tanto più grande, in quanto le opposizioni rappresentano in Russia tutti i vecchi pregiudizi del corporativismo di classe e del sindacalismo che pesano sulla tradizione del proletariato occidentale e ne ritardano lo sviluppo ideologico e politico.” (Ibid.) E concluse precisando: “la nostra lettera era tutta una riquisitoria contro le opposizioni, fatta in termini non demagogici ma appunto perciò più efficace e più seria.” (Ibid).
E’ dunque completamente priva di fondamento un’interpretazione di queste lettere volta ad avvalorare la visione di un “Gramsci trotskista” o oscillante. E’ chiarissimo da quale parte stava Gramsci nella lotta sviluppatasi nel Partito russo: dalla parte della maggioranza bolscevica dei membri del Partito.

Nei Quaderni del carcere
Come è noto i revisionisti sostengono che Gramsci nei Quaderni del carcere non parla di Stalin, se non indirettamente, e quando accenna all’URSS staliniana si esprime in modi critici (vedi ad es. le tesi di G. Vacca in L’URSS staliniana nell’analisi dei Quaderni dal carcere, in Gorbacev e la sinistra europea, Roma 1989, p. 75). Si tratta di menzogne e mistificazioni senza ritegno, perché i passi dei Quaderni del carcere, che si occupano del socialismo sovietico, sono tutti a favore di Lenin e Stalin e contro Trotsky.
Le questioni cruciali che Gramsci affrontò nei Quaderni per difendere il bolscevismo e criticare Trotsky e sono quattro: 1) la teoria della rivoluzione permanente; 2) le fasi della rivoluzione, la strategia e la tattica conseguenti; 3) l’industrializzazione in URSS; 4) il rapporto fra internazionalismo e politica nazionale.
Passiamo dunque in rassegna le relative note dei Quaderni del carcere, sulla base dell’edizione curata dall’International Gramsci Society (IGS). Il testo corrisponde a quello dell’Edizione critica a cura di V. Giarratana, pubblicata da Einaudi nel 1975. Fra parentesi quadre inseriamo le necessarie spiegazioni degli pseudonimi (ad es. nei Quaderni Lenin viene chiamato Ilici, Stalin viene chiamato Bessarione, Trotzky a volte viene chiamato Bronstein, altre volte Leone Davidovici, oppure Davidovich;) e delle perifrasi usati da Gramsci per sfuggire alla censura fascista.

1. Gramsci scrisse di Trotsky già nel Quaderno 1, in chiusura di un’importante nota titolata “Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo”. In essa, prendendo spunto dalle vicende del Risorgimento italiano, si riferì alle enormi e inedite problematiche a cui si trovò di fronte il governo dei Soviet. In questa nota Gramsci affrontò direttamente la parola d’ordine trotskista della “rivoluzione permanente”: “A proposito della parola d’ordine «giacobina» lanciata da Marx alla Germania del 48 49 [l’idea della rivoluzione ininterrotta] è da osservare la sua complicata fortuna. Ripresa, sistematizzata, elaborata, intellettualizzata dal gruppo Parvus-Bronstein [Helphand-Trotzky], si manifestò inerte e inefficace nel 1905 e in seguito: era una cosa astratta, da gabinetto scientifico. La corrente [il bolscevismo] che la avversò in questa sua manifestazione intellettualizzata, invece, senza usarla «di proposito» la impiegò di fatto nella sua forma storica, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della società che occorreva trasformare, di alleanza tra due classi [la classe operaia e i contadini] con l’egemonia della classe urbana [la classe operaia].”
Per Gramsci il moderno “giacobinismo” si esprimeva anzitutto in una politica di alleanza con i contadini, sotto l‘egemonia della classe operaia. Dunque, Gramsci valorizzava la giusta politica bolscevica, che Stalin portò avanti, contro la tesi trotskista della “rivoluzione permanente”. Questa tesi respingeva l’importanza dei contadini poveri quale forza rivoluzionaria ed esprimeva completa sfiducia nella capacità del proletariato di dirigere tutti gli sfruttati e gli oppressi nella rivoluzione, giungendo all’impossibilità di edificare il socialismo in un solo paese.
La nota citata si chiude con una durissima accusa nei confronti di Trotsky, che viene paragonato al borghese reazionario Crispi: “Nell’un caso [Trotsky], temperamento giacobino senza il contenuto politico adeguato, tipo Crispi; nel secondo caso [i bolscevichi] temperamento e contenuto giacobino secondo i nuovi rapporti storici, e non secondo un’etichetta intellettualistica.”
E’ interessante osservare che questa stessa nota venne ripresa quasi integralmente nel Quaderno 19, scritto nel 1934-35, cioè dopo la definitiva rottura con il trotzkismo.
Gramsci tornò sulla questione della “rivoluzione permanente” nel Quaderno 7, § 16, in una famosa nota dal titolo “Guerra di posizione e guerra manovrata o frontale”: “È da vedere se la famosa teoria di Bronstein [Trotsky] sulla permanenza del movimento non sia il riflesso politico della teoria della guerra manovrata (ricordare osservazione del generale dei cosacchi Krasnov), in ultima analisi il riflesso delle condizioni generali-economiche-culturali-sociali di un paese in cui i quadri della vita nazionale sono embrionali e rilasciati e non possono diventare «trincea o fortezza». In questo caso si potrebbe dire che Bronstein, che appare come un «occidentalista» era invece un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo.
Invece Ilici [Lenin] era profondamente nazionale e profondamente europeo. Bronstein nelle sue memorie ricorda che gli fu detto che la sua teoria si era dimostrata buona dopo… quindici anni e risponde all’epigramma con un altro epigramma. In realtà la sua teoria, come tale, non era buona né quindici anni prima né quindici anni dopo”.
Dopo aver contrapposto Lenin a Trotsky, Gramsci aggiunse dopo poche righe: “La teoria del Bronstein [Trotsky] può essere paragonata a quella di certi sindacalisti francesi sullo sciopero generale e alla teoria di Rosa [Luxemburg] nell’opuscolo tradotto da Alessandri: l’opuscolo di Rosa e la teoria di Rosa hanno del resto influenzato i sindacalisti francesi”.

2. Nelle sue riflessioni, Gramsci collegò la questione della “rivoluzione permanente” alla questione del passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”. In particolare, dopo la sconfitta della rivoluzione in Germania nel 1923 e il passaggio su posizioni difensive del movimento operaio, Gramsci si convinse che il problema dello sviluppo del processo rivoluzionario in Europa dovesse essere rielaborato, comprendendo i motivi del momentaneo fallimento e stabilendo compiti rivoluzionari adeguati alla nuova fase.
La riflessione del Quaderno 6, § 138 è dedicata a questa fondamentale problematica strategica e tattica: “Passaggio dalla guerra manovrata (e dall’attacco frontale) alla guerra di posizione anche nel campo politico. Questa mi pare la quistione di teoria politica la più importante, posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta giustamente. Essa è legata alle quistioni sollevate dal Bronstein [Trotsky], che in un modo o nell’altro, può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta.”
Nell’affrontare il complesso problema dell’alternativa, o meglio della combinazione, fra “tattica di assalto” e “tattica di assedio” che si era posto nel dibattito dell’Internazionale Comunista, Gramsci partì da una considerazione di straordinaria importanza, sistematicamente ignorata dai revisionisti e dai riformisti: “Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico storica, poiché nella politica la «guerra di posizione», una volta vinta, è decisiva definitivamente.”
Sulla base di questa considerazione, a cui era pervenuto analizzando la profonda crisi di capacità di direzione e di governo della borghesia, ma anche la maggiore resistenza dell’apparato statale in Occidente e l’esistenza di vasti strati intermedi, Gramsci aggiunse nel Quaderno 7, § 16: “Mi pare che Ilici [Lenin] aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente […] Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» […] Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc.”
Siamo nel cuore del programma di ricerca che Gramsci condusse nei Quaderni.
Ma c’era anche un altro aspetto fondamentale dei metodi strategici e tattici imposti dai rapporti di forza storicamente creatisi, quello relativo all’Unione Sovietica. Al riguardo Gramsci annotò: “La guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più «intervenzionista», che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’«impossibilità» di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, amministrativi, ecc., rafforzamento delle «posizioni» egemoniche del gruppo dominante, ecc.”.
Si tratta di un’aperta adesione alla linea di Stalin, al rafforzamento della dittatura del proletariato, una politica “in cui si domandano qualità eccezionali di pazienza e di spirito inventivo”, ma che era l’unica vincente in quella concreta fase storica. Una linea diametralmente opposta a quella di Trotsky.

3. Come abbiamo visto, un aspetto fondamentale della “guerra di posizione” era rappresentato dalla difesa del potere sovietico e dalla costruzione del socialismo. Anche per quest’ultimo aspetto si ponevano dilemmi acuti. Estremamente interessante è la critica che Gramsci formulò all’inizio di una celebre nota (Quaderno 4, § 52): “Americanismo e fordismo. La tendenza di Leone Davidovi [Trotsky] era legata a questo problema. Il suo contenuto essenziale era dato dalla «volontà» di dare la supremazia all’industria e ai metodi industriali, di accelerare con mezzi coercitivi la disciplina e l’ordine nella produzione, di adeguare i costumi alle necessità del lavoro. Sarebbe sboccata necessariamente in una forma di bonapartismo, perciò fu necessario spezzarla inesorabilmente.” Gramsci affrontò qui una delle questioni cruciali dell’aspro dibattito che coinvolse il PCR(b) e l’Internazionale Comunista negli anni ’20 del Novecento: quella delle forme e dei ritmi della industrializzazione e della NEP.
Agli occhi di Gramsci, la figura di Trotsky è quella del massimo rappresentante di una tendenza dannosa, una sorta di “americanismo”, basato sulla costrizione, il comando e i sistemi militari.
Cioè dell’introduzione forzata e accelerata di forme di produzione, di vita quotidiana e di cultura direttamente legate alle esigenze del capitale privato (non a caso Gramsci ricordò l’“interesse di Leone Davidovi [Trotsky] per l’americanismo. Suo interesse, suoi articoli, sue inchieste sul «byt» [vita, stile di vita] e sulla letteratura”).
Nella stessa nota Gramsci affermò che “il principio della coercizione nel mondo del lavoro era giusto […] ma la forma che aveva assunto era errata” e avrebbe condotto a un esito disastroso”.
Dunque, si trattava di una posizione inconciliabile col leninismo, che contraddiceva la “ritirata temporanea” della NEP e avrebbe portato alla rottura dell’alleanza con i contadini e alla rovina del potere sovietico. Era perciò una tendenza da schiacciare senza remore, poiché mirava alla restaurazione del capitalismo.
Su ciò Gramsci non ha mai manifestato dubbi, tant’è che in altre due occasioni spiegò ed approvò la liquidazione di Trotsky: nel Quaderno 14, § 76 inquadrando la liquidazione di Trotsky come “un episodio della liquidazione «anche» del parlamento «nero» che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento «legale»”, e nel Quaderno 22 (databile al 1934), quando riferendosi alla tendenza trotskista ribadì “la necessità inesorabile di stroncarla”.

4. Veniamo infine ad un’altra nota di eccezionale importanza: quella contenuta nel Quaderno 14, § 68, nella quale Gramsci, traendo spunto dal Discorso di Stalin all’Università Sverdlov di Mosca del 9 giugno 1925 (vedi nota di chiusura), pose direttamente in antitesi Stalin (Bessarione) e Trotsky (Davidovich).
Scrive Gramsci, approfondendo il tema dell’internazionalismo e della politica nazionale: “Scritto (a domande e risposte) di Giuseppe Bessarione [Stalin] del settembre 1927 su alcuni punti essenziali di scienza e di arte politica. Il punto che mi pare sia da svolgere è questo: come secondo la filosofia della prassi [il marxismo] (nella sua manifestazione politica) sia nella formulazione del suo fondatore [Marx], ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico [Lenin], la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale. Realmente il rapporto «nazionale» è il risultato di una combinazione «originale» unica (in un certo senso) che in questa originalità e unicità deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla. Certo lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è «nazionale» ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. Ma la prospettiva è internazionale e non può essere che tale. Occorre pertanto studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale [il proletariato] dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali [del Comintern]. […] Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici [Trotsky] e Bessarione [Stalin] come interprete del movimento maggioritario [il bolscevismo]. Le accuse di nazionalismo sono inette se si riferiscono al nucleo della quistione. Se si studia lo sforzo dal 1902 al 1917 da parte dei maggioritari [i bolscevichi] si vede che la sua originalità consiste nel depurare l’internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica.”
E’ chiaro come il sole che Gramsci nel delineare il “dissidio fondamentale” tra Trotsky/Davidovici e Stalin/Bessarione si schierò decisamente con Stalin, l’interprete del bolscevismo che a suo giudizio impostò e risolse correttamente il problema della combinazione di forze nazionali che la classe internazionale deve dirigere e sviluppare nella prospettiva del comunismo mondiale.
Uno dei migliori bolscevichi
Alla luce dei testi, risulta priva di qualsiasi fondamento un’interpretazione del pensiero di Gramsci in senso trotskista. Dall’opera gramsciana, comprese le riflessioni contenute nei Quaderni del carcere, emerge invece in modo inequivocabile la spietata critica a Trotsky.
In tutti in passi ove Gramsci parla di Trotsky il contenuto è sempre di aspra polemica.
Allo stesso tempo, Gramsci valutava positivamente le scelte compiute da Lenin e Stalin, approvava in pieno la politica dei bolscevichi, compreso quei tratti che oggi la borghesia e i revisionisti racchiudono nel concetto fuorviante di “totalitarismo”. In nessuno scritto o discorso, nè in libertà, nè in prigione, Gramsci ha espresso un giudizio negativo e tanto meno ha denigrato la direzione del Partido bolscevico e il compagno Stalin.
I falsari del moderno revisionismo, gli illusionisti del “socialismo del 21° secolo” e tutti gli intellettuali borghesi e reazionari sono così smentiti su tutta la linea.

Antonio Gramsci fu un grande dirigente rivoluzionario del proletariato, un gigante del pensiero e dell’azione comunista che ha sempre combattuto le deviazioni antileniniste, ha sempre difeso la dittatura del proletariato, il sistema della democrazia operaia incarnata nei consigli (soviet), contro la falsa democrazia borghese e le sue varianti socialdemocratiche (ad es. l’odierna “democrazia partecipativa”), ha sempre insistito sulla necessità di una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società attraverso l’abbattimento dello Stato borghese e si è sempre mantenuto fedele al marxismo-leninismo e al socialismo proletario, fino all’ultimo giorno della sua esistenza.
Come scrisse il Comintern in occasione della morte di Gramsci, causata da lunghi anni di carcere e maltrattamenti fascisti: “Strettamente legato alle masse, capace di istruirsi alla scuola delle masse, sapendo comprenderne tutti gli aspetti della vita sociale, rivoluzionario inflessibile, fedele fino al suo ultimo soffio all’Internazionale Comunista e al suo partito, Gramsci ci lascia il ricordo di uno dei migliori rappresentanti della generazione di bolscevichi che nelle file dell’Internazionale Comunista fu edificata nello spirito della dottrina di Marx, Engels, Lenin, Stalin, nello spirito del bolscevismo.”
Strappare il grande dirigente comunista Antonio Gramsci dalle grinfie borghesi, revisioniste e opportuniste è un importante compito del proletariato rivoluzionario.
Giugno 2014 Piattaforma Comunista (Italia)
Nota:
Il discorso di Stalin, intitolato Domande e risposte (in Stalin, Opere complete, Vol. VII), era stato tradotto in italiano e pubblicato a puntate su “L’Unità” nel 1926.
Citando a memoria in carcere, Gramsci scambia per errore la data di quel discorso con la data (settembre 1927) dell’Intervista con la prima delegazione operaia americana, anch’essa a domande e risposte (in Stalin, Opere complete, vol. X), di cui Gramsci in carcere aveva letto il resoconto in una rivista.
Il curatore dell’edizione critica dei Quaderni, Valentino Gerratana, non si è accorto dello scambio delle date e lo ha perpetuato con un suo commento fuorviante.
È chiaro, invece, che Gramsci fa riferimento al discorso di Stalin del 1925 (si vedano, in particolare, le risposte date da Stalin alle domande n. 2 e 9).




J. Stalin sulla critica e l'autocritica


(…)

Io so che nelle file del partito ci sono alcuni elementi che non amano la critica in generale e l’autocritica in particolare. Costoro, che potrei chiamare comunisti «leccati» (ilarità), non fanno che brontolare, respingendo l’autocritica; essi dicono: ancora questa maledetta autocritica, di nuovo si tirano fuori le nostre deficienze, non ci possono lasciar vivere tranquilli? È chiaro che questi comunisti «leccati» non hanno niente a che vedere con lo spirito del nostro partito, con lo spirito del bolscevismo. E così, dato che esistono simili tendenze in elementi che sono ben lontani dall’accogliere la critica con entusiasmo, è permesso chiedere: ci è necessaria l’autocritica, di dove proviene essa e quali sono i suoi vantaggi?

Penso, compagni, che l’autocritica ci è necessaria come l’aria, come l’acqua. Penso che senza di essa, senza l’autocritica, il nostro partito non potrebbe progredire, non potrebbe mettere a nudo le nostre piaghe, non potrebbe liquidare le nostre deficienze. E le nostre deficienze sono numerose. Questo si deve riconoscere apertamente e onestamente.

La parola d’ordine dell’autocritica non può essere considerata come una parola d’ordine nuova. Essa costituisce il fondamento stesso del partito bolscevico. Essa costituisce il fondamento del regime della dittatura del proletariato. Se il nostro Paese è il paese della dittatura del proletariato, e questa dittatura è diretta da un solo partito, il partito dei comunisti, che non divide e non può dividere il potere con altri partiti, non è forse chiaro che noi stessi dobbiamo scoprire e correggere i nostri errori, se vogliamo progredire; non è forse chiaro che non vi è nessun altro che possa mettere a nudo e correggere questi errori? Non è chiaro, compagni, che l’autocritica deve essere una delle forze più importanti che danno impulso al nostro sviluppo?

La parola d’ordine dell’autocritica ha avuto uno sviluppo particolarmente vigoroso dopo il XV congresso del nostro partito. Perché? Perché, dopo il XV congresso, che ha liquidato l’opposizione, si è creata nel partito una nuova situazione di cui non possiamo non tener conto.

In che consiste la novità di questa situazione? Nel fatto che da noi non esiste più o quasi più opposizione, nel fatto che, data la facile vittoria sull’opposizione, vittoria che rappresenta di per sé un importantissimo vantaggio per il partito, si può creare nel partito il pericolo di dormire sugli allori, di darsi al quieto vivere e di chiudere gli occhi sulle deficienze del nostro lavoro.

La facile vittoria sull’opposizione è un grandissimo vantaggio per il nostro partito. Ma essa nasconde in sé particolari lati negativi, consistenti nel fatto che il partito può permearsi di un senso di sufficienza, di autoammirazione e dormire sugli allori. Ma che cosa significa dormire sugli allori? Significa mettere una croce sul nostro movimento in avanti. E perché questo non accada ci è necessaria l’autocritica, non la critica astiosa e sostanzialmente controrivoluzionaria svolta dall’opposizione, ma la critica onesta, aperta, l’autocritica bolscevica.(…) (…)C’è ancora un’altra circostanza che ci spinge all’autocritica. Mi riferisco alla questione delle masse e dei capi. Negli ultimi tempi si sono incominciati a creare da noi alcuni rapporti originali fra i capi e le masse. Da un lato, è emerso nel nostro Paese, si è formato storicamente, un gruppo di dirigenti, la cui autorità si accresce sempre più, e che diviene quasi inaccessibile alle masse. Dall’altro lato, le masse della classe operaia prima di tutto, le masse dei lavoratori in genere, si elevano con straordinaria lentezza, incominciano a guardare ai capi dal basso in alto, aguzzando gli occhi, e non di rado hanno timore di criticare i loro capi.

Naturalmente il fatto che da noi si è formato un gruppo di dirigenti che hanno raggiunto un altissimo livello e che hanno una grande autorità, questo fatto è di per sé una grande conquista del nostro partito. È chiaro che se non esistesse questo gruppo autorevole di dirigenti sarebbe inconcepibile dirigere un grande paese. Ma il fatto che i capi, salendo, si allontanano dalle masse, e le masse incominciano a guardare ad essi dal basso in alto, non osando criticarli, questo fatto non può non creare un certo pericolo di distacco dei capi dalle masse e di allontanamento delle masse dai capi.

Questo pericolo può avere come conseguenza che i capi possono divenire presuntuosi e ritenersi infallibili. E che cosa ci può essere di buono nel fatto che gli alti dirigenti divengono presuntuosi e incominciano a guardare le masse dall’alto in basso? È chiaro che da questo non può uscire altro che la rovina del partito. Ma noi vogliamo andare avanti e migliorare il nostro lavoro, e non causare la rovina del partito. E precisamente per andare avanti e migliorare i rapporti fra le masse e i capi, si deve tenere perennemente aperta la valvola dell’autocritica, si deve dare agli uomini sovietici la possibilità di «lavar la testa» ai loro capi, di criticare i loro errori, affinché i capi non diventino presuntuosi e le masse non si allontanino dai capi.

Talvolta si confonde la questione delle masse e dei capi con la questione dell’avanzamento dei quadri. Questo è sbagliato compagni. Non si tratta dell’avanzamento di nuovi capi, sebbene questo meriti l’attenzione più seria del partito. Si tratta di salvaguardare i capi più autorevoli e che occupano già un posto elevato, organizzando un contatto permanente e indistruttibile fra questi capi e le masse. Si tratta di organizzare, attraverso l’autocritica e la critica delle nostre deficienze, una larga opinione pubblica del partito, una larga opinione pubblica della classe operaia, come controllo morale, vivo e vigilante, la cui voce deve essere attentamente ascoltata dai capi più autorevoli, se vogliono conservare la fiducia del partito, la fiducia della classe operaia.

(…)




“Stalin un altro punto di vista – Ludo Martens”


Ludo Martens analizza e smentisce in modo inoppugnabile le falsità sui temi prediletti dalla propaganda nazista e borghese


Chi non ricorda le “verità” made in USA sull’esisten-za di armi di distruzione di massa in Iraq, “informazioni” rimasticate dai governi cobelligeranti e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al loro servizio?

Se è ragionevole ribellarsi alle spudorate menzogne sul presente, come non nutrire legittimi dubbi sulle deformazioni del passato, specialmente se si tratta di un passato “scomodo”? Questo libro è una sfida lanciata all’intelligenza dei lettori che vogliono sottrarsi al predominio del “pensiero unico” che intossica le menti e ottunde le coscienze.

Questo libro è un antidoto contro la propaganda faziosa che cancella e stravolge la memoria storica e falsifica la realtà del passato, così come quella del presente. Il suo autore, Ludo Martens, confuta scientificamente, con un uso puntuale e rigoroso sia delle fonti “occidentali”, sia degli scritti degli oppositori di Stalin, in primo luogo di Trockij, sia di testimonianze per lo più sconosciute al grande pubblico, le menzogne diffuse per decenni sulla costruzione del socialismo in URSS e sul suo principale protagonista, Giuseppe Stalin.

Il libro analizza e smentisce in modo inoppugnabile le falsità sui temi prediletti dalla propaganda nazista, riprese durante la guerra fredda dagli USA e dal mondo occidentale e divenute luoghi comuni: il genocidio per fame degli Ucraini, i 12 milioni di morti nei Gulag, il testamento di Lenin, la collettivizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione imposte da un Partito autoritario, il cieco terrore delle “purghe”, la collusione di Stalin con Hitler.

Dalla lettura del libro si ricava, in positivo, una convincente ricostruzione storica, veritiera e non agiografica, della prima esperienza socialista, capace di resistere e di vincere la macchina da guerra nazista e che trasformò profondamente, in qualche decennio, un Paese arretrato in una società tra le più avanzate industrialmente e culturalmente: dall’aratro di legno di una società contadina feudale al lancio dello Sputnik nello spazio. Un autre regard sur Staline è alla sua seconda edizione in lingua francese. Inoltre è stato pubblicato in inglese, tedesco, neozelandese, ceco, arabo, portoghese e greco. Sono in preparazione le edizioni in russo e in spagnolo.

STALIN. Un altro punto di vista (edizione italiana del libro di Ludo Martens)
Zambon Editore
Titolo dell’opera originale: Un autre regard sur Staline. Éditions EPO
Traduzione di Susanna Angeleri e Adriana Chiaia
Introduzione a cura di Adriana Chiaia
Traslitterazione dei termini russi e glossario di Cristina Carpinelli




Che Guevara il marxista leninista


«Io credo che nelle questioni fondamentali su cui si fondava, Trotskij commetteva degli errori; credo che il suo comportamento posteriore fu erroneo e negli ultimi tempi anche oscuro. Credo che i trozkisti non abbiano apportato nulla al movimento rivoluzionario, in nessun paese, e dove hanno fatto di piú hanno fallito perché i metodi erano sbagliati».
(E. Che Guevara, Discorso al ministero dell’Industria, 5 nov, 1964).

«Nei cosiddetti errori di Stalin c’é la differenza tra un atteggiamento rivoluzionario e un atteggiamento revisionista. Si deve vedere Stalin nel contesto storico in cui operó non si dovrebbe vederlo come una sorta di bruto, ma dal punto di visto di quel particolare contesto storico .. Sono arrivato al comunismo a causa di papà di Stalin e nessuno deve venire a dirmi che non devo leggere le sue opere . L’ho letto, anche quando lo si era ritenuto molto sconveniente leggerlo, ma quello era un altro tempo. E siccome io sono una persona non troppo brillante e testardo continueró a leggerlo. Soprattutto in questo periodo, ora che é peggio leggerlo. Allora, come oggi, trovo ancora un certo numero di cose che sono molto buone.»
(Pubblicato in Contracorriente, L’Avana, Settembre 1997, n. 9)

Che Guevara scrisse che:
«Noi consideriamo che il partito trotskista agisca contro la Rivoluzione». L’opposizione sistematica del trozkista "Partito operaio rivoluzionario" (POR) alla Rivoluzione cubana fu portata avanti cosí : nel 1961 fu distribuita una edizione spagnola della rivoluzione permanente di Trotskij, nel 1962 fu arrestato un trotzkista che diffondeva un opuscolo, elogiativo in onore di Trotsky vietato a Guantanamo e il suo segretario generale Idalberto Ferrera Acosta fu arrestato per 48 ore. Nel 1965 un gruppo di trotzkisti fu processato. La repressione cessó, ed i detenuti furono rilasciati, quando i trotskisti decisero di cessare l’attività controrivoluzionarie . Nel 1966 Fidel Castro accusó i trotzkisti di essere "lo strumento dell’imperialismo e della volgare reazione." Nel 1958 il P.O.R , accusó tramite la sua propaganda il Movimento 26 luglio di essere "un movimento tirannico e brutale al servizio dell’élite nordamericane."

In una lettera del 10 dicembre 1953, pochi mesi dopo la morte di Stalin, Guevara ha scritto (dal Costa Rica) a sua zia Beatriz:
"La mia vita é stata un mare di rivelazioni contrastanti fino a quando ho lasciato coraggiosamente il mio bagaglio, e lo zaino, con il compagno Garcia ho intrapreso la strada tortuosa che ci ha portato qui. A El Paso ho avuto l’opportunità di passare attraverso i domini della United Fruit convincendomi ancora una volta quanto sia terribile la piovra capitalista. Ho giurato davanti a una foto del vecchio e compianto compagno Stalin di non riposare fino a quando questa piovra capitalista non sarà annientata . In Guatemala mi perfezioneró per raggiungere ció che mi manca per essere un vero rivoluzionario. Ho Segnalato, oltre che essere medico, sono un giornalista e conferenziere, le cose che mi farà avere (anche se pochi) dollari. Insieme alle tue avvertenze ti abbraccia ti bacia e ti vuole bene, tuo nipote , con la salute di ferro e a stomaco vuoto ,ma con la luminosa fede nell’avvenire socialista".
Citação de Che Guevara: Uma Vida Revolucionària (1997) por Jon Lee Anderson.

Nel novembre 1960 insistette nel deporre fiori sulla tomba di Stalin. Cioé quattro anni dopo il bugiardo infame rapporto di Kruscev. Nel 1961: "Riteniamo che il partito trotskista agisca contro la rivoluzione."




Enver Hoxha - Il primo incontro con Stalin


Il 14 luglio 1947 giunsi a Mosca a capo della prima delegazione ufficiale del Governo della Repubblica Popolare e del Partito Comunista d’Albania per una visita di amicizia in Unione Sovietica.
L’idea di incontrare il grande Stalin suscitava una gioia indicibile nei miei compagni e in me, che eravamo stati designati dal Comitato Centrale del Partito per questa visita a Mosca.
[----]
Stalin e il Governo sovietico, come vedemmo con i nostri occhi e sentimmo nei nostri cuori, accolsero la nostra delegazione con grande cordialità, calore e affetto.
Durante i dodici giorni del nostro soggiorno a Mosca, incontrammo Stalin a piú riprese ed i colloqui che avemmo con lui, come pure le sue raccomandazioni ed i suoi consigli sinceri e amichevoli, sono rimasti e rimarranno per sempre preziosi.
Conserveró del giorno del mio primo incontro con Giuseppe Vissarionovich Stalin un ricordo indimenticabile.
Era il 16 luglio 1947: ci trovavamo a Mosca da tre giorni. Sin dall’inizio fu una giornata straordinaria. In mattinata ci recammo al Mausoleo del grande Lenin per inchinarci davanti alla sua salma e rendere un deferente omaggio al grande e geniale dirigente della rivoluzione, a quest’uomo il cui nome e la cui opera colossale erano profondamente incisi nelle nostre menti e nei nostri cuori e che ci avevano illuminati e ci illuminavano sulla gloriosa via della lotta per la libertà, della rivoluzione e del socialismo.
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Quello stesso giorno, ricco di impressioni e di indelebili emozioni, noi fummo ricevuti dal discepolo e fedele continuatore dell’opera di Lenin, da Giuseppe Vissarionovich Stalin, che si intrattenne a lungo con noi.
Sin dall’inizio egli creó intorno a noi un’atmosfera cosi amichevole che ben presto ci sentimmo liberati da quel senso di naturale emozione che provammo entrando nel suo studio, una grande sala con un tavolo da riunioni, vicino al quale c’era un altro tavolo da lavoro. Appena qualche minuto dopo lo scambio delle prime parole, eravamo cosi distesi che non ci sembrava di conversare non con il grande Stalin, ma con un vecchio amico con il quale ci eravamo già intrattenuti parecchie volte.
Oltre che essere allora relativamente giovane, ero il rappresentante di un piccolo partito e di un piccolo popolo. É per questo che Stalin, al fine di crearmi un’atmosfera la piú calorosa e amichevole possibile, accompagnava il suo discorso con battute; poi si mise a parlare con grande amore e profondo rispetto del nostro popolo, delle sue antiche tradizioni combattenti e del suo eroismo nella Lotta di liberazione nazionale. Parlava con calma, in tono pacato e con un calore particolarmente comunicativo.
[----]
Apprezzando la giusta politica attuata dal nostro Partito verso le masse in generale, e in particolare verso le masse contadine, il compagno Stalin ci diede amichevolmente una serie di consigli utili per il nostro lavoro futuro. Ci suggerí fra l’altro di dare al nostro Partito Comunista il nome di "Partito del Lavoro d’Albania", dato che la maggior parte dei suoi membri erano di origine contadina.
"Comunque, egli osservó, questa é un’idea mia, perché spetta a voi, al vostro Partito, dire l’ultima parola in merito".
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Discutemmo con il compagno Stalin e il compagno Molotov, fin nei minimi particolari, dei problemi della ricostruzione del paese distrutto dalla guerra e dei problemi della costruzione della nuova Albania.
Tracciai loro un quadro della situazione della nostra economia, delle prime trasformazioni socialiste in questo settore e delle grandi prospettive che si schiudevano al paese, dei successi conseguiti, dei grandi problemi e delle difficoltà che ci stavano di fronte.
Esprimendo la sua soddisfazione per i successi da noi ottenuti, Stalin mi faceva ogni tanto le piú svariate domande. Volle essere informato in particolare della situazione della nostra agricoltura, delle condizioni climatiche del paese, delle colture agricole tradizionali del nostro popolo, e cosí via.
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Durante il nostro soggiorno a Mosca, dopo ogni incontro e colloquio con il compagno Stalin, noi vedevamo sempre piú da vicino in questo illustre rivoluzionario, in questo grande marxista, l’uomo semplice, cordiale, savio, il vero uomo.
Egli amava il popolo sovietico con tutta la sua anima, gli consacrava tutte le sue forze e le sue energie, il suo cuore batteva solo per lui. E questi tratti si manifestavano in ogni colloquio, in ciascuna delle sue attività, dalle piú importanti fino alle piú comuni.
La nostra delegazione, molto soddisfatta degli incontri e dei colloqui avuti con il compagno Stalin, lasció Mosca il 26 luglio 1947 per far ritorno in Albania.
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Tratto da "Henver Hoxha Con Stalin" ed.Ricordi




Mao e i giudizi su Stalin


[...] Invece di trattare Stalin come un compagno, l’ hanno trattato come un nemico.
Invece di adottare il metodo della critica e dell’ autocritica, di fare il bilancio delle esperienze, di trarne delle lezioni utili, hanno incolpato Stalin di errori inventati a bella posta. Invece di ragionare, basandosi sui fatti, si sono scagliati contro la persona di Stalin usando un linguaggio insidioso e demagogico.
Kruscev ha coperto Stalin di ingiurie, dicendo che Stalin fu un " assassino ", " un criminale ", " un bandito ", " un despota tipo Ivan il Terribile " ; " il piú grande dittatore della storia russa ", " un imbecille ", " un idiota ", " un giocatore " ... noi abbiamo veramente paura di insozzare la carta e la penna con cui scriviamo essendo obbligati a enumerare degli epiteti cosí grossolani, volgari e infamanti.
Kruscev ha ingiuriato Stalin dicendo che fu il " piú grande dittatore della storia russa ". Ció non equivale a dire che il popolo sovietico ha vissuto per trent’ anni non in un sistema socialista ma sotto la " tirannia " del piú grande dittatore della storia russa?
Mai il grande popolo sovietico e i popoli rivoluzionari di tutto il mondo potranno approvare una simile calunnia! Kruscev ha ingiuriato Stalin definendolo " un despota tipo Ivan il Terribile ". Ció non equivale forse a dire che l’esperienza offerta in trent’anni dal grande PCUS e dal grande popolo sovietico ai popoli di tutto il mondo non é quella della dittatura del proletariato ma quella di un " despota " feudale?
Mai il grande popolo sovietico e i popoli rivoluzionari di tutto il mondo potranno approvare una simile calunnia!
Kruscev ha ingiuriato Stalin chiamandolo " bandito ". Ció non equivale a dire che per un lungo periodo il primo paese socialista del mondo é stato guidato da un " bandito "? Mai il grande popolo sovietico e i popoli rivoluzionari di tutto il mondo potranno approvare una simile calunnia!
Kruscev ha ingiuriato Stalin trattandolo da " imbecille ". Ció non equivale forse a dire che il PCUS, che ha condotto un’eroica lotta rivoluzionaria per molte decine di anni, ha avuto un " imbecille " per capo? Mai i comunisti sovietici e i marxistileninisti di tutto il mondo potranno approvare una simile calunnia!
Kruscev ha ingiuriato Stalin dicendo che era un " idiota ". Ció non equivale forse a dire che la grande Armata rossa, uscita vittoriosa dalla guerra antifascista, aveva un " idiota " come comandante supremo? Mai i valorosi ufficiali e soldati dell’Armata rossa e i combattenti antifascisti del mondo potranno approvare una simile calunnia!
Kruscev ha ingiuriato Stalin considerandolo come un " assassino ". Ció non equivale a dire che per parecchi decenni il movimento comunista internazionale ha avuto un " assassino " come " educatore "? Mai i comunisti di tutto il mondo, compresi quelli dell’Unione Sovietica, potranno approvare una simile calunnia!
Kruscev ha ingiuriato Stalin affermando che era un " giocatore ". Ció non equivale forse a dire che i popoli rivoluzionari in lotta contro l’imperialismo e la reazione, hanno assunto come portavessillo un " giocatore "? Mai i popoli rivoluzionari di tutto il mondo, compreso il popolo sovietico, potranno approvare una simile calunnia!
Le ingiurie lanciate da Kruscev contro Stalin sono i peggiori insulti che si possano rivolgere al grande popolo sovietico, al PCUS, all’esercito sovietico, sono i piú grandi insulti che si possano rivolgere alla dittatura del proletariato, al sistema socialista, al movimento comunista internazionale, ai popoli rivoluzionari del mondo e al marxismo-leninismo.
In che posizione si mette Kruscev quando gonfia il petto, martella di pugni la tavola e grida a piena gola insulti contro Stalin? Lui che al tempo di Stalin partecipava alla direzione del partito e dello Stato, si mette nella posizione di complice di un " assassino " e di un " bandito "? O in quella di " imbecille " e " idiota "?
Che differenza c’ é tra le ingiurie rivolte da Kruscev a Stalin e le ingiurie vomitate contro quest’ultimo dagli imperialisti, dai reazionari e dai rinnegati del comunismo? [...]


Perchè una sezione dedicata a Stalin


La piú: grande esperienza di emancipazione sociale che l'umanità abbia mai vissuto ha visto in Stalin la parte determinante per circa un trentennio di questo processo.
Il processo controrivoluzionario iniziato nel 1956 dal rapporto segreto di Kruscev con la conseguente presa di distanza dei ” comunisti buoni ” dalle malefatte attribuite a Stalin hanno determinato nel tempo il crollo dell'URSS e dei paesi socialisti dell'est europa con la fucilazione di Ceaucescu , con l'annessione della DDR.
In Italia la campagna anticomunista collegata all'azione imperialista ha avuto il contributo del comunista ” buono ” Fausto Bertinotti, ma é solo l'ultimo atto di un processo cominciato da Togliatti nel '43 con la svolta di Salerno e le successive scelte piú da pompiere che da rivoluzionario, fino a teorizzare una via italiana al socialismo sfociata poi nell'eurocomunismo berlingueriano, fino alla deplorevole farsa della bolognino.
Della Resistenza antifascista é stato nascosto il carattere di rivoluzione armata non solo per abbattere il fascismo, ma anche per farla finita con la monarchia e il regime borghese capitalistico.
Nell' aprile del 1944, Togliatti é da poco sbarcato in Italia e, contraddicendo la linea del Pci tenuta fino allora, e contro il parere del Psi e del Partito d’ Azione, riconosce la legittimità di un governo monarchico guidato da un fascista della prima ora e criminale di guerra, e per quanto riguarda la monarchia acconsente, di fatto, all’ idea che la questione istituzionale (cio´ l’ Italia dovrà continuare ad essere monarchica oppure repubblicana) non sia decisa dalla lotta rivoluzionaria e dai partiti antifascisti ma da un referendum elettorale successivo alla caduta del nazifascismo.
Quale occasione storica migliore, per i comunisti che lottavano in armi, porre la questione indiscutibile della Repubblica e della liquidazione della Monarchia? E i comunisti non sarebbero stati soli in questa indiscutibile rivendicazione, c’ erano anche il Partito socialista e il Partito d&esquo; Azione.
E poi, un fronte assolutamente compatto per la repubblica avrebbe anche messo in crisi, sicuramente, lo schieramento antifascista borghese moderato e cattolico.
Avremo modo di approfondire questi aspetti. Di fatto la possibilità della trasformazione rivoluzionaria della lotta antifascista fu bloccata da Togliatti.
Il tentativo di cancellare le esperienze rivoluzionarie ha sempre accompagnato la storia, basti pensare al Vietnam o alla denigrazione della lotta antifascista condotta sotto la direzione dei comunisti da parte di giornalisti prezzolati.
É importante comprendere gli avvenimenti nella loro concreta dinamica storica.
Stalin ha concretizzato il leninismo , ha sconfitto il nazifascismo. Lo smascheramento delle menzogne nei confronti di Stalin é fondamentale per la rinascita del movimento comunista, per ritornare alla prospettiva socialista , per avere piena coscienza che i principi marxisti leninisti non sono n´ vecchi , neé superati.
Gli sfruttati esistono ancora , gli operai esistono ancora , e pure i comunisti.
I documenti che pubblicheremo dimostreranno l' infondatezza delle accuse verso Stalin , dimostreranno come la controrivoluzione Kruscieviana abbia di fatto dato inizio alla caduta dell' URSS e la conseguente globalizzazione liberista che ha portato ad un aumento dello sfruttamento e alla cancellazione dei diritti in tutto il mondo.







Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

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